Gli acquirenti di singole unità immobiliari cedute da un’impresa che ha ristrutturato un immobile possono fruire della detrazione per recupero edilizio solo per le spese riferibili alla parte esistente dell’immobile, sul presupposto che i lavori effettuati consistano in una ristrutturazione senza demolizione e ampliamento dell’edificio. È questa, in sintesi, la soluzione indicata dall’Agenzia nella risposta n. 150/2019.

A rivolgersi all’Amministrazione finanziaria è un’impresa di costruzione che, su un immobile recentemente acquistato, intende svolgere un intervento edilizio consistente nella ristrutturazione e nell’ampliamento dell’edificio. L’immobile sarà poi successivamente venduto a terzi.

L’istante, in vista della stipula dei primi contratti preliminari e/o proposte di acquisto, chiede di sapere se i futuri acquirenti potranno godere della detrazione prevista dal Tuir per l’acquisto (o l’assegnazione) di immobili già ristrutturati.

Se, invece, non fosse possibile fruire per intero del bonus fiscale, l’istante chiede se l’intervento può essere considerato come mera ristrutturazione edilizia scorporando, in proporzione dal prezzo di vendita delle singole unità immobiliari, la quota parte relativa all’ampliamento.

 

Bonus ristrutturazione: la soluzione

Nel caso di interventi di restauro e risanamento conservativo e di ristrutturazione edilizia riguardanti interi fabbricati, eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare e da cooperative edilizie, che provvedano entro 18 mesi dalla fine dei lavori alla successiva alienazione o assegnazione dell’immobile, al successivo acquirente o assegnatario delle singole unità immobiliari spetta la detrazione Irpef per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio.

Per le spese di acquisto sostenute dal 26 giugno 2012 al 31 dicembre 2019, la detrazione, da ripartire in 10 rate annuali, è pari al 50% e spetta su un importo massimo di spesa di 96mila euro. Dal 2020, il bonus tornerà al 36%, su un importo massimo di 48mila euro.

Ai fini della detrazione, la normativa richiede che la volumetria dell’edificio sottoposto a lavori di ristrutturazione rimanga identica a quella preesistente. In argomento, peraltro, l’Agenzia ha avuto modo di precisare che nell’ipotesi di ristrutturazione con demolizione e ricostruzione, la detrazione compete solo in caso di fedele ricostruzione, nel rispetto della volumetria dell’edificio preesistente.

Pertanto, nel caso di demolizione e ricostruzione con ampliamento della volumetria preesistente, la detrazione non spetta in quanto l’intervento si considera, nel suo complesso, una “nuova costruzione”.

Qualora, invece, la ristrutturazione avvenga senza demolizione dell’edificio esistente e con ampliamento dello stesso, la detrazione per i futuri acquirenti compete solo per le spese riferibili alla parte esistente in quanto l’ampliamento configura, comunque, una “nuova costruzione”. (circolare n. 7/2018).

Nel caso in esame risulta che la società interpellante, oltre ad aver effettuato dei lavori di ristrutturazione, ha anche eseguito un ampliamento. Pertanto, l’Agenzia ritiene che gli acquirenti dell’immobile ceduto dalla società istante potranno fruire della detrazione solo per le spese riferibili alla parte esistente, sul presupposto che i lavori effettuati consistano in una ristrutturazione senza demolizione dell’edificio con ampliamento dello stesso.

Prescrizione medica, questa sconosciuta!

È uno dei dubbi più frequenti che gli operatori fiscali si sentono porre quando arriva il fatidico momento di fare la dichiarazione dei redditi. Per l’esattezza quando il contribuente deve radunare tutta la documentazione delle spese che andranno (si spera) in detrazione.

Servirà? Non servirà? E qualora servisse, cosa deve esserci scritto?

Cerchiamo dunque di dare poche – ma chiare – indicazioni che servano a farci orientare.

 

Le regole da tenere a mente per una corretta detrazione delle spese sanitarie

Se dovessimo individuare una sorta di regola “aurea” in grado di semplificarci la vita, potremmo anzitutto cominciare col dire che le prestazioni effettuate da medici specialisti sono detraibili anche senza prescrizione, ossia non serve che ce le prescriva alla base il medico generico.

Lo stesso principio vale per l’acquisto dei farmaci o dei dispositivi medici (su questi ultimi pubblicheremo un articolo a parte nei prossimi giorni).

Scopo della prescrizione è quello di dimostrare la correlazione, quindi la necessità, fra una certa spesa medica e la patologia esistente: in parole povere si deve dimostrare al Fisco che quella prestazione medica era necessaria, indispensabile.

Seguendo questo principio, potremmo allora dedurne che l’aver acquistato un farmaco o l’essersi sottoposti a una prestazione specialistica contengono già in sé, implicitamente, la dimostrazione della necessità di quelle spese.

Di qui, allora, l’esonero dall’obbligo di esibire la prescrizione per i servizi resi da:

  • psicologi e psicoterapeuti per finalità terapeutiche;
  • biologi nutrizionisti la cui professione, pur non essendo sanitaria, è inserita nel ruolo sanitario del Servizio sanitario nazionale;
  • ambulatori specialistici per la disassuefazione dal fumo di tabacco (parere Ministero della Salute del 20 ottobre 2016).

Idem per le seguenti prestazioni, a patto che siano eseguite in centri autorizzati e sotto la responsabilità tecnica di uno specialista:

  • elettrocardiogrammi, ecocardiografia, elettroencefalogrammi;
  • esami di laboratorio e controlli ordinari sulla salute della persona, ricerche e applicazioni;
  • T.A.C. (tomografia assiale computerizzata);
  • risonanza magnetica nucleare;
  • ecografie;
  • indagini laser;
  • ginnastica correttiva e di riabilitazione degli arti e del corpo;
  • sedute di neuropsichiatria;
  • dialisi;
  • cobaltoterapia;
  • iodio-terapia;
  • analisi di diagnosi prenatale;
  • perizie medico-legali.

Per quanto riguarda invece i medicinali (da non confondere coi “parafarmaci” come gli integratori alimentari, i prodotti fitoterapici, colliri o pomate, anche se acquistati in farmacia o assunti a scopo terapeutico su prescrizione medica), la documentazione richiesta dal Fisco si limita alla cara vecchia fattura o al cosiddetto “scontrino parlante”, in cui risultino specificati la natura, la qualità e quantità del prodotto, più il codice fiscale dell’acquirente.

Riguardo alla natura del prodotto – spiega l’Agenzia delle Entrate nella guida pratica alle spese sanitarie – è sufficiente l’indicazione generica nello scontrino fiscale della parola ‘farmaco’ o ‘medicinale’. Queste diciture possono essere indicate anche attraverso sigle e terminologie chiaramente riferibili ai farmaci (per esempio, ‘OTC’, ‘SOP’, ‘Omeopatico’) e abbreviazioni come ‘med’ e ‘f.co’. Anche la parola ‘Ticket’ è idonea a indicare sia la natura sia la qualità del farmaco. Per i ticket, inoltre, non si è più tenuti a conservare la fotocopia della ricetta medica. Per quanto riguarda la qualità del prodotto, tenuto conto delle indicazioni del Garante della privacy, nello scontrino non va più riportata in maniera specifica la denominazione commerciale dei medicinali acquistati, ma deve essere indicato il numero di autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco (AIC). Per i medicinali omeopatici che non hanno il codice AIC, la qualità è indicata da un codice identificativo attribuito da organismi privati e valido sull’intero territorio nazionale”.

Spostandoci ora sul lato opposto, dove invece la prescrizione medica è indispensabile per poter beneficiare della detrazione, troviamo un elenco di spese la cui necessità a scopo terapeutico (cioè di cura effettiva su una certa patologia esistente) non sempre è scontata; quindi, per dimostrarla, servirà esibire la prescrizione del medico di famiglia.

L’Agenzia indica le spese per:

  • trattamenti di mesoterapia e ozonoterapia effettuati da personale medico o da personale abilitato dalle autorità competenti in materia sanitaria;
    l’acquisto o l’affitto di protesi sanitarie che non rientrano tra i dispositivi medici, salvo che si tratti di attività svolte in base alla specifica disciplina da esercenti arti ausiliare della professione sanitaria (ad esempio optometristi per gli occhiali da vista);
  • prestazioni chiropratiche (oltre alla prescrizione medica, è richiesto che siano eseguite in centri autorizzati e sotto la responsabilità tecnica di uno specialista);
    cure termali (sono escluse le spese di viaggio e di soggiorno);
  • prestazioni rese dal massaggiatore capo bagnino degli stabilimenti idroterapici (parere del Ministero della Salute del 6 marzo 2018);
  • le prestazioni di ippoterapia e musicoterapia, sostenute a favore di persone con disabilità, a condizione che siano eseguite in centri specializzati direttamente dal personale medico o sanitario specializzato o sotto la loro direzione e responsabilità tecnica (è necessario possedere anche la certificazione relativa al riconoscimento dell’handicap).

In ultimo, come accennavamo, vi è il caso delle spese che pur in presenza di prescrizione restano indetraibili, proprio perché, sebbene prescritte, sono prive di uno specifico inquadramento medico-terapeutico, vale a dire le spese per:

  • parafarmaci;
  • prestazioni rese da massofisioterapisti con titoli conseguiti dopo il 17 marzo 1999, oppure con formazione biennale conseguita prima di tale data con titolo non equivalente alla laurea di fisioterapista;
  • corsi in palestra, in quanto, anche se svolti a scopo di prevenzione o terapeutico, vanno inquadrati in un generico ambito salutistico di cura del corpo, quindi non riconducibili a un trattamento sanitario qualificato;
  • prestazioni rese da soggetti non iscritti alle professioni sanitarie riconosciute e non operanti in centri autorizzati.