Pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale 64/2018 i massimali di spesa detraibili in riferimento ai corsi di laurea e post-laurea frequentati nel 2017 nelle università “non statali”. Si tratta in sostanza delle stesse soglie già valide lo scorso anno in riferimento alle spese sostenute nel 2016 (dichiarazioni 2017). Come si ricorderà, secondo quanto disposto dalla riforma renziana della “buona scuola” (Legge 107/2015), la nuova detrazione del 19% sulle spese d’istruzione è stata incanalata su un doppio binario: da una parte ci sono infatti le spese per l’università (statali e non), dall’altra quelle per le scuole primarie e secondarie.

Una delle novità sostanziali va riscontrata nell’uniformità della detrazione che cancella, in riferimento alle sole scuole dell’infanzia, del primo ciclo di istruzione e delle scuole secondarie di secondo grado, il vecchio discrimine fra istituti statali e parificati (privati). Difatti, secondo il vecchio regime agevolativo, la detrazione sui contributi pagati alle scuole parificate era ammessa entro il limite di quelli pagati alle scuole statali (principio, questo, che è rimasto in vigore per l’istruzione universitaria).

Oggi invece, a prescindere da quale sia il livello d’istruzione ricevuta (non importa se infantile, primaria o secondaria) e dall’istituto frequentato (non importa se privato o statale), il nuovo regolamento fiscale introduce comunque un tetto massimo di spesa detraibile uniforme per ciascun alunno (per le spese sostenute nel 2017 la soglia è pari a 717 euro annui) sul quale verrà appunto applicata la detrazione del 19%, con un risparmio sull’imposta lorda che nel migliore dei casi ammonterà a 136 euro (cioè il 19% di 717).

Venendo invece alle spese universitarie, il discrimine fra atenei statali e privati viene mantenuto. Anche qui, però, c’è un elemento che cambia rispetto al regime precedente: viene cioè a decadere il requisito dell’affinità tra lo specifico corso di laurea frequentato nell’ateneo privato e quello invece tenuto nell’ateneo statale più vicino.

Fino alle dichiarazioni 2015, infatti, la detrazione riconosciuta agli studenti iscritti nelle facoltà di atenei privati è stata applicata prendendo come riferimento le tasse versate nell’università pubblica più vicina che prevedesse, appunto, un analogo corso di studi. Quindi chi, frequentando un’università privata, avesse voluto detrarre le spese di studio, avrebbe dovuto informarsi sulle tasse effettivamente pagate nell’università statale più vicina ed affine.

L’assetto invece predisposto dalla riforma del Governo Renzi ha eliminato tale vincolo di affinità stabilendo a priori – per ciascuna facoltà non statale – un tetto massimo di spesa detraibile considerando comunque le tasse e i contributi mediamente versati negli atenei statali. Le spese, quindi, sostenute nelle università private, sono detraibili “in misura non superiore a quella stabilita annualmente per ciascuna facoltà universitaria con decreto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca tenendo conto degli importi medi delle tasse e dei contributi dovuti alle università statali”. Ne consegue allora che le spese sostenute per la frequenza di università statali sono comunque detraibili per l’intero importo corrisposto, nella misura del 19%.

Come anticipato, allora, nella GU 64/2018 il MIUR ha confermato in riferimento all’anno 2017 le stesse soglie di spesa detraibili già valide per il 2016 laddove si sia frequenta un’università “non statale”. Da precisare che tali soglie sono diversificate in relazione all’area disciplinare in cui si colloca il corso specifico (area Medica, Sanitaria, Umanistico-Sociale, Tecnico-scientifica) e alla zona geografica in cui ha sede l’Ateneo (Nord, Centro o Sud-Isole). Volendo quindi fare un esempio, per le facoltà Umanistico-sociali situate al Nord il massimale detraibile nella misura del 19% è pari a 2.800 euro, mentre scende a 2.300 euro per le facoltà del Centro, fino ad arrivare a 1.500 euro per quelle del Sud e delle isole.