Sono gli ultimissimi giorni per la consegna del Modello 730/2019. Dopo il 23 luglio, traguardo ultimo delle trasmissioni da parte dei singoli contribuenti e degli intermediari fiscali, l’unica soluzione resterà il Modello REDDITI da trasmettere entro il 31 Ottobre, con l’aggravante, però, delle tempistiche decisamente più dilatate per “monetizzare” gli eventuali rimborsi spettanti.

 

Scadenza presentazione 730: Modello 730/2019 e Modello Redditi a confronto

Difatti il principale vantaggio del Modello 730 è quello di poter beneficiare dell’eventuale credito già nella busta paga di luglio/agosto, col Modello REDDITI, invece, questo automatismo non viene innescato.

In quest’ultimo caso, infatti, è sempre l’Agenzia delle Entrate che si assume l’onere del rimborso al contribuente creditore, solo che i tempi di attesa saranno tutt’altro che immediati, visto che si potrebbe arrivare ad aspettare anche un anno o due.

Lo stesso discorso va fatto per i versamenti, nel caso in cui la dichiarazione, anziché a credito, uscisse con esito a debito.

Anche qui il 730 è certamente la strada più rapida per il contribuente, perché permette di avere l’addebito direttamente sullo stipendio di Luglio o Agosto (identico principio come per l’accredito del rimborso), mentre se si fa il Modello REDDITI è il contribuente che deve provvedere di persona al pagamento tramite F24 recandosi alla banca o alla posta.

Va comunque precisato che in caso di esito a credito, l’erogazione del rimborso potrebbe essere “rallentata” dai cosiddetti controlli preventivi, laddove l’Agenzia rilevasse degli elementi di incoerenza su un modello inviato direttamente dal contribuente, oppure tramite il sostituto o un intermediario fiscale.

Questo non significa che il credito non verrà erogato, vuol dire soltanto che l’Agenzia congelerà momentaneamente le tempistiche di rimborso, e una volta che ne avrà appurato la correttezza sarà lei stessa a eseguirlo anziché addossare l’onere al datore di lavoro del contribuente, come invece prevede la normale prassi dei rimborsi da 730.

Chiaramente la procedura dei controlli preventivi non ricorre con certezza matematica, debbono infatti presentarsene le condizioni: anzitutto è necessario che vi sia un esito di rimborso, e poi debbono esserci quegli “elementi di incoerenza” cui abbiamo già accennato che l’Agenzia individua “nello scostamento per importi significativi dei dati risultanti nei modelli di versamento, nelle certificazioni uniche e nelle dichiarazioni dell’anno precedente, o nella presenza di altri elementi di significativa incoerenza rispetto ai dati inviati da enti esterni o a quelli esposti nelle certificazioni uniche”.

In termini pratici, il nocciolo della questione è tutto nello “scostamento per importi significativi” tra i dati che l’Agenzia ha avuto a disposizione per predisporre i modelli precompilati e i dati invece che risultano sugli stessi modelli successivamente alle modifiche apportate dal contribuente.

Quindi è chiaro che se lo scostamento tra la versione originaria del precompilato e quella successiva modificata dal contribuente dovesse essere minimo, la spia del controllo preventivo resterebbe spenta, cioè non vi sarebbero quelle condizioni per far scattare l’alert dei dati sospetti e il rimborso del credito non subirebbe nessuno stop.

 

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Come può essere gestita una donazione benefica a una ONLUS nel 730?

Facciamo un passo alla volta perché la questione nasconde diversi risvolti. Iniziamo con l’inquadrare le ONLUS dal punto di vista normativo. Su di loro è stato promulgato nel 1997 un apposito decreto legislativo, il n. 460 in materia di “Riordino della disciplina tributaria degli enti non commerciali e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale”: le ONLUS appunto, tra cui figurano “le associazioni, i comitati, le fondazioni, le società cooperative e gli altri enti di carattere privato, con o senza personalità giuridica, i cui statuti (…) prevedono espressamente” determinati obblighi come “l’esclusivo perseguimento della solidarietà” o lo svolgimento di attività quali l’assistenza sociale, la beneficenza, l’istruzione, lo sport, la cultura, ecc.

Detto questo, caliamoci nell’aspetto fiscale che più ci preme.

 

Detrazione donazioni onlus: focus sugli aspetti fiscali

L’indecisione del contribuente nasce sostanzialmente dal fatto di non riuscire a capire se una certa erogazione sia deducibile o detraibile, o se addirittura possa essere entrambe le cose.

Ovviamente no, la stessa somma donata non potrà mai godere di due sconti fiscali contemporaneamente, quindi bisognerà decidere. È chiaro che sulla scelta specifica non esistono regole adattabili a priori, se non quella della banalissima e sacrosanta convenienza economica, che però non può essere verificata in altro modo se non mettendo il CAF nella condizione di esaminare direttamente la posizione complessiva della persona.

Sul piano ad esempio della deduzione, le somme erogate “in favore delle Organizzazioni non governative (ONG) che hanno mantenuto la qualifica di ONLUS e iscritte all’Anagrafe delle ONLUS” possono essere sottratte dal reddito imponibile (su cui poi verrà calcolata l’Irpef lorda) nel limite del 2% del reddito stesso.

Cioè in pratica: se la mia donazione equivale a più del 2% del reddito complessivo che sto dichiarando, potrò comunque dedurla entro la soglia del 2%. Non solo, perché ai sensi dell’art. 83, comma 2, del decreto legislativo n. 117 del 3 luglio 2017 (codice del Terzo Settore), le erogazioni effettuate in denaro o in natura dal gennaio 2018 a favore degli enti del Terzo settore (comprese le cooperative sociali ed escluse le imprese sociali costituite in forma di società) sono deducibili nel limite del 10% del reddito complessivo dichiarato.

Ci sono poi altre due soluzioni:

  1. la detrazione pari al 26% (calcolato su donazioni di massimo 30.000 euro) delle erogazioni in denaro di massimo 30.000 euro a favore delle ONLUS, delle iniziative umanitarie, religiose o laiche (Rigo E8/E10, cod. 61);
  2. la detrazione pari al 30% delle erogazioni liberali in denaro (anche qui di massimo 30.000 euro) o in natura a favore delle ONLUS e delle associazioni di promozione sociale (Rigo E8/E10, cod. 71).

Vediamole singolarmente.

Nel caso della detrazione pari al 26%, l’erogazione deve aver avuto come destinataria una ONLUS o un’iniziativa umanitaria, laica o religiosa, gestita da associazioni, fondazioni, comitati ed enti individuati con DPCM nei Paesi non appartenenti all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE).

Nel caso invece della detrazione al 30%, quest’ultima è in pratica un copia-incolla della deduzione nel limite del 10% del reddito valida per le somme erogate dal gennaio 2018 all’indirizzo a favore degli enti del Terzo settore, comprese le cooperative sociali ed escluse le imprese sociali costituite in forma di società. Quindi in pratica è necessario, per poter detrarre con l’aliquota al 30%, che tali associazioni di promozione sociale siano “iscritte nei registri nazionali, regionali e delle Province autonome di Trento Bolzano, previste dall’articolo 7 della legge 7 dicembre 2000, n. 383”.

Ad ogni modo l’Agenzia delle Entrate ci facilita il compito pubblicando direttamente sul suo sito l’elenco completo delle organizzazioni.

Come abbiamo già detto, nessuna di queste agevolazioni è cumulabile con un’altra. Quindi, per intenderci, se scelgo di dedurre una certa somma non potrò al tempo stesso detrarla.

Bisogna altrettanto aver chiaro che le due deduzioni e le due detrazioni partono da presupposti distinti, perché appunto si riferiscono a ONLUS diverse, ma a parte questa distinzione di fondo, per il resto tutti i benefici presentano regole identiche dal punto di vista documentale e operativo.

È dunque necessario che le erogazioni siano state effettuate non in contati ma tramite versamenti che ne garantiscano la tracciabilità, vedi il bonifico (in banca o alla posta) oppure bancomat, carte di credito, carte prepagate, assegni bancari e circolari.

Quanto alla documentazione, il sostenimento dell’onere sarà quindi provato “dalla ricevuta del versamento bancario o postale ovvero, in caso di pagamento con carta di credito, carta di debito o carta prepagata, dall’estratto conto della società che gestisce tali carte. Nel caso invece di pagamento con assegno bancario o circolare, o comunque nell’ipotesi in cui dalla ricevuta del versamento bancario o postale o dall’estratto conto della società che gestisce la carta di credito, la carta di debito o la carta prepagata non sia possibile individuare il soggetto beneficiario dell’erogazione liberale, il contribuente deve essere in possesso della ricevuta rilasciata dal beneficiario dalla quale risulti, inoltre, la modalità di pagamento utilizzata”.

Il 730/2019 entra nel suo periodo più caldo e delicato, quello dove contribuenti e operatori fiscali tirano le somme sui dichiarativi inerenti al 2018. È bene quindi fissare i passaggi-chiave che segneranno quest’ultimo mese di campagna fiscale.

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Mancano solo pochi giorni alla scadenza finale!

730 2019, ecco le tappe intermedie della volta verso il 23 Luglio 2019

Il 1° luglio è la prima delle tappe intermedie che segnano la lunga volata da adesso al 23 luglio.

Entro il 1° luglio infatti (scadenza che slitta dal 29 giugno perché il 29 cade di sabato) il CAF rilascerà la copia definitiva del modello e del relativo prospetto di liquidazione (730-3), vale a dire il prospetto ultimativo della dichiarazione sul quale viene riportato l’esito di credito o debito, ai contribuenti che hanno presentato il 730 entro il 22 giugno.

Idem l’8 luglio, seconda tappa intermedia. Entro questa data (anch’essa prorogata perché il 7 luglio cade di domenica) a ricevere la copia dei 730 e dei relativi prospetti di liquidazione saranno invece i contribuenti titolari delle dichiarazioni presentate dal 23 al 30 giugno.

Dopodiché, appunto, si andrà avanti spediti fino al 23 luglio, data ultima di scadenza per la presentazione al CAF del 730.

Per “presentazione” intendiamo ovviamente la consegna dei documenti e delle fatture sulla base dei quali sarà poi il CAF a elaborare il modello.

È chiaro che essendo il 23 luglio non solo l’ultima data disponibile per la consegna del 730 al CAF da parte del contribuente, ma anche la data ultima per l’invio telematico del 730 da parte del CAF all’Agenzia delle Entrate, i contribuenti che dovessero spingersi fino a quel giorno, consegneranno tutti i documenti all’intermediario, il quale, il giorno stesso, elaborerà il modello, lo spedirà all’amministrazione e ne consegnerà copia al contribuente.

 

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Che documentazione serve per detrarre i dispositivi medici nel 730?

“Bella domanda” viene da dire, visto che il dubbio è uno dei più ricorrenti quando si tratta di prepararsi per andare al CAF. In realtà molte domande vengono poste anche sul “prima”, cioè sulla possibilità che c’è a monte di detrarre o meno un certo acquisto, a prescindere dalla documentazione di cui si è in possesso.

Esempi banalissimi di dispositivi medici – in effetti detraibili – ma sui quali le persone tendono spesso a chiedere informazioni, sono gli occhiali da vista, l’apparecchio aerosol o il materasso ortopedico.

Ma ad ogni modo, al di là del singolo esempio, la difficoltà nasce forse dal fatto che paradossalmente, sebbene da un lato vi sia una produzione fin troppo zelante di normativa più volte soffermatasi sul piano della definizione tecnica di “dispositivo medico”, dall’altro non esiste, per stessa ammissione dell’Agenzia delle Entrate, un elenco davvero esaustivo dei dispositivi medici passibili di detrazione.

Le definizioni di “dispositivo medico detraibile”

Come informa l’Agenzia nella guida al Modello 730, la fonte cui poter fare riferimento è la Circolare n. 20/E del 2011 alla quale è stato appunto allegato lo stesso elenco fornito dal Ministero della Salute, ma “non esaustivo”, dei dispositivi medici e medico-diagnostici più comuni (in ogni caso – per risparmiarvi la fatica – possiamo anche riportarvelo fedelmente più avanti).

Sul fronte della definizione, come accennavamo, i riferimenti abbondano. Vi sono almeno tre decreti di settore dai quali poter attingere (507 del 1992, 46 del 1997, 332 del 2000).

Le definizioni, in buona parte, tendono a ripetersi. Una su tutte che potremmo segnalare è quella del DL 507/92 secondo la quale è dispositivo medico “un qualunque strumento, apparecchio, apparecchiatura, sostanza od altro articolo usato da solo o in combinazione, compresi gli accessori e i software che intervengono nel buon funzionamento dello stesso, destinato dal fabbricante ad essere impiegato sull’uomo ai fini di diagnosi, prevenzione, controllo, trattamento o attenuazione di malattie o lesioni ovvero ai fini di studio, sostituzione o modifica dell’anatomia oppure di un processo fisiologico, ovvero ai fini del controllo del concepimento il quale non eserciti l’azione principale, cui è destinato, con mezzi farmacologici, chimici o immunologici né mediante processo metabolico, ma la cui funzione possa essere coadiuvata da tali mezzi”.

L’elenco, invece, dei dispositivi cui facevamo riferimento è in buona sostanza questo:

  • Lenti oftalmiche correttive dei difetti visivi
  • Montature per lenti correttive dei difetti visivi
  • Occhiali premontati per presbiopia
  • Apparecchi acustici
  • Cerotti, bende, garze e medicazioni avanzate
  • Siringhe
  • Termometri
  • Apparecchio per aerosol
  • Apparecchi per la misurazione della pressione arteriosa
  • Penna pungidito e lancette per il prelievo di sangue capillare ai fini della misurazione della glicemia
  • Pannoloni per incontinenza
  • Prodotti ortopedici (ad es. tutori, ginocchiere, cavigliere, stampelle e ausili per la deambulazione in generale ecc.)
  • Ausili per disabili (ad es. cateteri, sacche per urine, padelle ecc..)
  • Lenti a contatto
  • Soluzioni per lenti a contatto
  • Prodotti per dentiere (ad es. creme adesive, compresse disinfettanti ecc.)
  • Materassi ortopedici e materassi antidecubito
  • Contenitori campioni (urine, feci)
  • Test di gravidanza
  • Test di ovulazione
  • Test menopausa
  • Strisce/Strumenti per la determinazione del glucosio
  • Strisce/Strumenti per la determinazione del colesterolo totale, HDL e LDL
  • Strisce/Strumenti per la determinazione dei trigliceridi
  • Test auto-diagnostici per le intolleranze alimentari
  • Test autodiagnosi prostata PSA
  • Test autodiagnosi per la determinazione del tempo di protrombina (INR)
  • Test per la rilevazione di sangue occulto nelle feci
  • Test autodiagnosi per la celiachia

Dispositivo medico detraibile, ecco come comportarsi da un punto di vista fiscale

Preoccupiamoci adesso di chiarire l’aspetto davvero determinante ai fini fiscali: la documentazione che occorrerà esibire.

Partiamo subito col dire che la prescrizione medica non serve (anche se per le parrucche è prevista un’eccezione per dimostrare che l’acquisto è volto “a sopperire un danno estetico conseguente ad una patologia e rappresenta il supporto in una condizione di grave disagio psicologico nelle relazioni di vita quotidiana”).

Il vero ABC parte come sempre dallo scontrino o dalla fattura certificante l’acquisto. In tal senso il primo “comandamento” messo in rilievo dall’amministrazione finanziaria stabilisce che “per fruire della detrazione è necessario che dalla certificazione fiscale (scontrino fiscale o fattura) risulti chiaramente la descrizione del prodotto acquistato e il soggetto che sostiene la spesa. Pertanto, non possono essere considerati validi i documenti (scontrino fiscale o fattura) che riportino semplicemente l’indicazione dispositivo medico”.

Il secondo aspetto determinante è la famosa marcatura CE. Va comunque premesso che “la natura del prodotto come dispositivo medico o protesi può essere identificata anche mediante le codifiche utilizzate ai fini della trasmissione dei dati al sistema tessera sanitaria quali: AD (spese relative all’acquisto o affitto di dispositivi medici con marcatura CE) o PI (spesa protesica)”, quest’ultimo riferito, ad esempio, alle protesi dentarie o ai banalissimi occhiali da vista.

Quindi, in pratica, se il documento di spesa riporta il codice AD o PI, ai fini della detrazione non è necessario che sia riportata anche la marcatura CE o la conformità alle direttive europee.

Se viceversa il documento di spesa non riporta il codice AD o PI:

  1. per i dispositivi compresi nell’elenco che abbiamo riportato è sufficiente conservare la sola documentazione dalla quale risulti che il prodotto acquistato ha la marcatura CE;
  2. per i dispositivi non compresi nell’elenco occorre invece che il dispositivo stesso riporti, oltre alla marcatura CE, anche la conformità alle direttive europee, ma in questo si è di fatto agevolati direttamente dal venditore, che oltre a riportare sullo scontrino/fattura la dicitura “prodotto con marcatura CE”, vi indicherà, se necessario, anche il riferimento alla direttiva comunitaria.

Ai fini della detrazione sui lavori di ristrutturazione che implicano risparmio energetico, l’obbligo della comunicazione ENEA c’è ma non si sente.

Strano a dirsi, eppure l’impasse sta causando non pochi dubbi a livello regolamentare. Fortuna che l’Agenzia delle Entrate è intervenuta sull’argomento osservando che l’adempimento, in teoria obbligatorio, non comporta comunque delle ripercussioni a livello pratico.

La detrazione, quindi, non verrebbe meno in caso di trasmissione tardiva, o addirittura omessa, della comunicazione contenente i dati di efficientamento energetico acquisiti post-intervento. L’obbligo, quindi, per il momento, resta sostanzialmente su carta.

 

Detrazioni Enea: la risposta dell’Agenzia nel dettaglio

L’Agenzia infatti, nella Risoluzione n. 46/E dello scorso 18 aprile, dice chiaramente che la trasmissione dell’avviso ENEA, “seppure obbligatoria per il contribuente, non determina, qualora non effettuata, la perdita del diritto alla predetta detrazione atteso che non è prevista alcuna sanzione nel caso non si provveda a tale adempimento”.

Per l’esattezza l’Agenzia non fa altro che uniformarsi a una precedente nota del Ministero dello sviluppo economico (la n. 3797/2019), condividendo in sostanza l’impossibilità di negare la detrazione al contribuente che non trasmetta, o la trasmetta in ritardo, la comunicazione ENEA coi dati relativi all’efficientamento energetico, appunto perché è la legge stessa a essere carente sotto questo aspetto, non prevedendo sanzioni sull’omesso o sul tardivo invio.

Come ricorda l’Agenzia, è stata la Legge di Bilancio 2018 a introdurre per gli interventi di ristrutturazione edilizia premiati col bonus del 50% l’obbligo di comunicazione all’ENEA, da sempre in vigore ai fini del bonus fiscale 65% sulla riqualificazione energetica, qualora comportino anch’essi un miglioramento delle prestazioni energetiche.

La norma di preciso ha stabilito che “al fine di effettuare il monitoraggio e la valutazione del risparmio energetico conseguito a seguito della realizzazione degli interventi di cui al presente articolo (ristrutturazione e manutenzione straordinaria, ndr), in analogia a quanto già previsto in materia di detrazioni fiscali per la riqualificazione energetica degli edifici, sono trasmesse per via telematica all’ENEA le informazioni sugli interventi effettuati. L’ENEA elabora le informazioni pervenute e trasmette una relazione sui risultati degli interventi al Ministero dello sviluppo economico, al Ministero dell’economia e delle finanze, alle regioni e alle province autonome di Trento e di Bolzano, nell’ambito delle rispettive competenze territoriali”.

L’obbligo di invio, quindi, era già in vigore per gli interventi effettuati nel 2018 (con effetto sulle dichiarazioni di quest’anno). Il tempo a disposizione (esattamente come per il bonus 65%) è sempre la solita finestra dei 90 giorni conteggiati a partire dalla fine dei lavori.

Considerati però i tempi di messa a disposizione del portale ENEA, per gli interventi terminati entro il 31 dicembre 2018 la comunicazione andava inviata entro l’1 aprile 2019, mentre per quelli terminati tra l’1 gennaio e l’11 marzo 2019 il termine è quello del 9 giugno prossimo.

Detto questo, però, nella realtà pratica delle cose l’omesso invio non andrà a incidere sul godimento del bonus.

La ragione, come accennavamo sopra, è da ricondurre a una banalissima carenza della norma, il Decreto Ministeriale 41/98, evidentemente non aggiornato dopo le modifiche della Legge di Bilancio 2018.

Il DM infatti elenca i requisiti tassativi che occorrono per potersi garantire l’applicazione del bonus, e tra questi, appunto, non viene nominato l’invio della comunicazione ENEA; requisiti che in buona sostanza sono quelli noti: ovvero il pagamento tramite bonifico parlante e la conservazione di ricevute e fatture comprovanti la spesa.

Di conseguenza l’Agenzia, rispondendo a domanda diretta sulle possibili ripercussioni “derivanti dalla mancata trasmissione” della comunicazione ENEA, non può far altro che attenersi alla suddetta nota dello Sviluppo economico secondo la quale in assenza di una specifica previsione normativa, la mancata o tardiva trasmissione delle informazioni all’ENEA sui lavori edili con annesso risparmio energetico non comporta la perdita del diritto alla detrazione Irpef del 50%.

Gli acquirenti di singole unità immobiliari cedute da un’impresa che ha ristrutturato un immobile possono fruire della detrazione per recupero edilizio solo per le spese riferibili alla parte esistente dell’immobile, sul presupposto che i lavori effettuati consistano in una ristrutturazione senza demolizione e ampliamento dell’edificio. È questa, in sintesi, la soluzione indicata dall’Agenzia nella risposta n. 150/2019.

A rivolgersi all’Amministrazione finanziaria è un’impresa di costruzione che, su un immobile recentemente acquistato, intende svolgere un intervento edilizio consistente nella ristrutturazione e nell’ampliamento dell’edificio. L’immobile sarà poi successivamente venduto a terzi.

L’istante, in vista della stipula dei primi contratti preliminari e/o proposte di acquisto, chiede di sapere se i futuri acquirenti potranno godere della detrazione prevista dal Tuir per l’acquisto (o l’assegnazione) di immobili già ristrutturati.

Se, invece, non fosse possibile fruire per intero del bonus fiscale, l’istante chiede se l’intervento può essere considerato come mera ristrutturazione edilizia scorporando, in proporzione dal prezzo di vendita delle singole unità immobiliari, la quota parte relativa all’ampliamento.

 

Bonus ristrutturazione: la soluzione

Nel caso di interventi di restauro e risanamento conservativo e di ristrutturazione edilizia riguardanti interi fabbricati, eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare e da cooperative edilizie, che provvedano entro 18 mesi dalla fine dei lavori alla successiva alienazione o assegnazione dell’immobile, al successivo acquirente o assegnatario delle singole unità immobiliari spetta la detrazione Irpef per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio.

Per le spese di acquisto sostenute dal 26 giugno 2012 al 31 dicembre 2019, la detrazione, da ripartire in 10 rate annuali, è pari al 50% e spetta su un importo massimo di spesa di 96mila euro. Dal 2020, il bonus tornerà al 36%, su un importo massimo di 48mila euro.

Ai fini della detrazione, la normativa richiede che la volumetria dell’edificio sottoposto a lavori di ristrutturazione rimanga identica a quella preesistente. In argomento, peraltro, l’Agenzia ha avuto modo di precisare che nell’ipotesi di ristrutturazione con demolizione e ricostruzione, la detrazione compete solo in caso di fedele ricostruzione, nel rispetto della volumetria dell’edificio preesistente.

Pertanto, nel caso di demolizione e ricostruzione con ampliamento della volumetria preesistente, la detrazione non spetta in quanto l’intervento si considera, nel suo complesso, una “nuova costruzione”.

Qualora, invece, la ristrutturazione avvenga senza demolizione dell’edificio esistente e con ampliamento dello stesso, la detrazione per i futuri acquirenti compete solo per le spese riferibili alla parte esistente in quanto l’ampliamento configura, comunque, una “nuova costruzione”. (circolare n. 7/2018).

Nel caso in esame risulta che la società interpellante, oltre ad aver effettuato dei lavori di ristrutturazione, ha anche eseguito un ampliamento. Pertanto, l’Agenzia ritiene che gli acquirenti dell’immobile ceduto dalla società istante potranno fruire della detrazione solo per le spese riferibili alla parte esistente, sul presupposto che i lavori effettuati consistano in una ristrutturazione senza demolizione dell’edificio con ampliamento dello stesso.

Prescrizione medica, questa sconosciuta!

È uno dei dubbi più frequenti che gli operatori fiscali si sentono porre quando arriva il fatidico momento di fare la dichiarazione dei redditi. Per l’esattezza quando il contribuente deve radunare tutta la documentazione delle spese che andranno (si spera) in detrazione.

Servirà? Non servirà? E qualora servisse, cosa deve esserci scritto?

Cerchiamo dunque di dare poche – ma chiare – indicazioni che servano a farci orientare.

 

Le regole da tenere a mente per una corretta detrazione delle spese sanitarie

Se dovessimo individuare una sorta di regola “aurea” in grado di semplificarci la vita, potremmo anzitutto cominciare col dire che le prestazioni effettuate da medici specialisti sono detraibili anche senza prescrizione, ossia non serve che ce le prescriva alla base il medico generico.

Lo stesso principio vale per l’acquisto dei farmaci o dei dispositivi medici (su questi ultimi pubblicheremo un articolo a parte nei prossimi giorni).

Scopo della prescrizione è quello di dimostrare la correlazione, quindi la necessità, fra una certa spesa medica e la patologia esistente: in parole povere si deve dimostrare al Fisco che quella prestazione medica era necessaria, indispensabile.

Seguendo questo principio, potremmo allora dedurne che l’aver acquistato un farmaco o l’essersi sottoposti a una prestazione specialistica contengono già in sé, implicitamente, la dimostrazione della necessità di quelle spese.

Di qui, allora, l’esonero dall’obbligo di esibire la prescrizione per i servizi resi da:

  • psicologi e psicoterapeuti per finalità terapeutiche;
  • biologi nutrizionisti la cui professione, pur non essendo sanitaria, è inserita nel ruolo sanitario del Servizio sanitario nazionale;
  • ambulatori specialistici per la disassuefazione dal fumo di tabacco (parere Ministero della Salute del 20 ottobre 2016).

Idem per le seguenti prestazioni, a patto che siano eseguite in centri autorizzati e sotto la responsabilità tecnica di uno specialista:

  • elettrocardiogrammi, ecocardiografia, elettroencefalogrammi;
  • esami di laboratorio e controlli ordinari sulla salute della persona, ricerche e applicazioni;
  • T.A.C. (tomografia assiale computerizzata);
  • risonanza magnetica nucleare;
  • ecografie;
  • indagini laser;
  • ginnastica correttiva e di riabilitazione degli arti e del corpo;
  • sedute di neuropsichiatria;
  • dialisi;
  • cobaltoterapia;
  • iodio-terapia;
  • analisi di diagnosi prenatale;
  • perizie medico-legali.

Per quanto riguarda invece i medicinali (da non confondere coi “parafarmaci” come gli integratori alimentari, i prodotti fitoterapici, colliri o pomate, anche se acquistati in farmacia o assunti a scopo terapeutico su prescrizione medica), la documentazione richiesta dal Fisco si limita alla cara vecchia fattura o al cosiddetto “scontrino parlante”, in cui risultino specificati la natura, la qualità e quantità del prodotto, più il codice fiscale dell’acquirente.

Riguardo alla natura del prodotto – spiega l’Agenzia delle Entrate nella guida pratica alle spese sanitarie – è sufficiente l’indicazione generica nello scontrino fiscale della parola ‘farmaco’ o ‘medicinale’. Queste diciture possono essere indicate anche attraverso sigle e terminologie chiaramente riferibili ai farmaci (per esempio, ‘OTC’, ‘SOP’, ‘Omeopatico’) e abbreviazioni come ‘med’ e ‘f.co’. Anche la parola ‘Ticket’ è idonea a indicare sia la natura sia la qualità del farmaco. Per i ticket, inoltre, non si è più tenuti a conservare la fotocopia della ricetta medica. Per quanto riguarda la qualità del prodotto, tenuto conto delle indicazioni del Garante della privacy, nello scontrino non va più riportata in maniera specifica la denominazione commerciale dei medicinali acquistati, ma deve essere indicato il numero di autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco (AIC). Per i medicinali omeopatici che non hanno il codice AIC, la qualità è indicata da un codice identificativo attribuito da organismi privati e valido sull’intero territorio nazionale”.

Spostandoci ora sul lato opposto, dove invece la prescrizione medica è indispensabile per poter beneficiare della detrazione, troviamo un elenco di spese la cui necessità a scopo terapeutico (cioè di cura effettiva su una certa patologia esistente) non sempre è scontata; quindi, per dimostrarla, servirà esibire la prescrizione del medico di famiglia.

L’Agenzia indica le spese per:

  • trattamenti di mesoterapia e ozonoterapia effettuati da personale medico o da personale abilitato dalle autorità competenti in materia sanitaria;
    l’acquisto o l’affitto di protesi sanitarie che non rientrano tra i dispositivi medici, salvo che si tratti di attività svolte in base alla specifica disciplina da esercenti arti ausiliare della professione sanitaria (ad esempio optometristi per gli occhiali da vista);
  • prestazioni chiropratiche (oltre alla prescrizione medica, è richiesto che siano eseguite in centri autorizzati e sotto la responsabilità tecnica di uno specialista);
    cure termali (sono escluse le spese di viaggio e di soggiorno);
  • prestazioni rese dal massaggiatore capo bagnino degli stabilimenti idroterapici (parere del Ministero della Salute del 6 marzo 2018);
  • le prestazioni di ippoterapia e musicoterapia, sostenute a favore di persone con disabilità, a condizione che siano eseguite in centri specializzati direttamente dal personale medico o sanitario specializzato o sotto la loro direzione e responsabilità tecnica (è necessario possedere anche la certificazione relativa al riconoscimento dell’handicap).

In ultimo, come accennavamo, vi è il caso delle spese che pur in presenza di prescrizione restano indetraibili, proprio perché, sebbene prescritte, sono prive di uno specifico inquadramento medico-terapeutico, vale a dire le spese per:

  • parafarmaci;
  • prestazioni rese da massofisioterapisti con titoli conseguiti dopo il 17 marzo 1999, oppure con formazione biennale conseguita prima di tale data con titolo non equivalente alla laurea di fisioterapista;
  • corsi in palestra, in quanto, anche se svolti a scopo di prevenzione o terapeutico, vanno inquadrati in un generico ambito salutistico di cura del corpo, quindi non riconducibili a un trattamento sanitario qualificato;
  • prestazioni rese da soggetti non iscritti alle professioni sanitarie riconosciute e non operanti in centri autorizzati.

Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 66 del 19 marzo 2019 il Decreto MIUR del 28 dicembre 2018 contenente i massimali di spesa detraibili in riferimento ai corsi di laurea e post-laurea frequentati nel 2018 nelle università “non statali”.

Si tratta in sostanza delle stesse soglie già valide per il Modello 730 dello scorso anno in riferimento alle spese sostenute nel 2017.

Come si ricorderà, secondo quanto disposto dalla riforma renziana della “Buona Scuola” (Legge 107/2015), la detrazione del 19% sulle spese d’istruzione è stata incanalata su un doppio binario: da una parte ci sono infatti le spese per l’università (statali e non), dall’altra quelle per le scuole primarie e secondarie.

Una delle novità sostanziali va riscontrata nell’uniformità della detrazione che cancella, in riferimento alle sole scuole dell’infanzia, del primo ciclo di istruzione e delle scuole secondarie di secondo grado, il vecchio discrimine fra istituti statali e parificati (privati).

Difatti, secondo il vecchio regime agevolativo, la detrazione sui contributi pagati alle scuole parificate era ammessa entro il limite di quelli pagati alle scuole statali.

Oggi invece, a prescindere da quale sia il livello d’istruzione ricevuta (non importa se infantile, primaria o secondaria) e dall’istituto frequentato (non importa se privato o statale), il nuovo regolamento fiscale introduce comunque un tetto massimo di spesa detraibile uniforme per ciascun alunno (per le spese sostenute nel 2018 la soglia è pari a 786 euro) sul quale verrà appunto applicata la detrazione del 19%, con un risparmio sull’imposta lorda che nel migliore dei casi ammonterà a 149 euro (cioè il 19% di 786).

Venendo invece alle spese universitarie, il discrimine fra atenei statali e privati viene mantenuto. Anche qui, però, c’è un elemento che cambia rispetto al regime precedente: viene cioè a decadere – almeno in parte – il requisito dell’affinità tra lo specifico corso di laurea frequentato nell’ateneo privato e quello invece tenuto nell’ateneo statale più vicino.

Fino alle dichiarazioni 2015, infatti, la detrazione riconosciuta agli studenti iscritti nelle facoltà di atenei privati è stata applicata prendendo come riferimento le tasse versate nell’università pubblica più vicina che prevedesse, appunto, un analogo corso di studi. Quindi chi, frequentando un’università privata, avesse voluto detrarre le spese di studio, avrebbe dovuto informarsi sulle tasse effettivamente pagate nell’università statale più vicina ed affine.

L’assetto invece predisposto dalla riforma del Governo Renzi ha eliminato tale vincolo di affinità stabilendo a priori – per ciascuna facoltà non statale – un tetto massimo di spesa detraibile considerando comunque le tasse e i contributi mediamente versati negli atenei statali.

Le spese, quindi, sostenute nelle università private, sono detraibili “in misura non superiore a quella stabilita annualmente per ciascuna facoltà universitaria con decreto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca tenendo conto degli importi medi delle tasse e dei contributi dovuti alle università statali”.

Ne consegue allora che le spese sostenute per la frequenza di università statali sono comunque detraibili per l’intero importo corrisposto, nella misura del 19%.

Come anticipato, allora, nella GU 66/2019 il MIUR ha confermato in riferimento all’anno 2018 le stesse soglie di spesa detraibili già valide negli anni scorsi laddove si sia frequenta un’università “non statale”.

Da precisare che tali soglie sono diversificate in relazione all’area disciplinare in cui si colloca il corso specifico (area Medica, Sanitaria, Umanistico-Sociale, Tecnico-scientifica) e alla zona geografica in cui ha sede l’Ateneo (Nord, Centro o Sud-Isole).

Volendo quindi fare un esempio, per le facoltà Umanistico-sociali situate al Nord il massimale detraibile nella misura del 19% è pari a 2.800 euro, mentre scende a 2.300 euro per le facoltà del Centro, fino ad arrivare a 1.500 euro per quelle del Sud e delle isole.

 

Entro il 1 Aprile 2019 ogni lavoratore dipendente riceverà copia della propria Certificazione Unica 2019:

  • dal datore di lavoro;
  • dai Sostituti d’imposta o Enti Eroganti e dagli Enti Pubblici o Privati che erogano trattamenti pensionistici.

La CU, che sostituisce il vecchio CUD, è documentazione necessaria per l’elaborazione del proprio Modello 730.

I pensionati, invece, potranno scaricare la propria Certificazione Unica rivolgendosi a un intermediario abilitato oppure accedendo alla propria area riservata del sito INPS.

 

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Ecobonus e Sismabonus viaggiano in parallelo, cedibili entrambi sia per i soggetti appartenenti alla cosiddetta no tax areacioè in sostanza coloro che avendo redditi troppo bassi non hanno margini di manovra per poter beneficiare delle detrazioni teoricamente spettanti perché eccedenti l’imposta stessa – sia per quelli capienti che fanno (o potrebbero fare) la dichiarazione applicando normalmente i bonus in relazione alle spese effettuate; spese, quindi, che andrebbero a diminuire l’imposta dovuta.

Quindi, in pratica, sia per l’Ecobonus che per il Sismabonusla possibilità di cedere la detrazione riguarda tutti i soggetti che sostengono le spese in questione, compresi coloro che, in concreto, non potrebbero fruire della corrispondente detrazione in quanto l’imposta lorda è assorbita dalle altre detrazioni o non è dovuta”.

Per quel che riguarda invece i soggetti “cessionari” (cioè coloro ai quali può essere destinata la cessione), l’amministrazione elenca i seguenti:

  • i fornitori dei beni e servizi necessari alla realizzazione degli interventi agevolabili;
  • i soggetti privati (non solo persone fisiche, ma anche i soggetti che esercitano attività di lavoro autonomo o d’impresa, anche in forma associata);
  • banche e intermediari finanziari, questi ultimi però solo nell’ipotesi di cessione del credito da parte di un contribuente no tax area.

Ma nel concreto cosa occorre fare?

Il condòmino che cede il credito deve in buona sostanza comunicare all’amministratore del condominio, entro il 31 dicembre del periodo d’imposta di riferimento, “l’avvenuta cessione e la relativa accettazione da parte del cessionario, indicando la denominazione e il codice fiscale di quest’ultimo, oltre al proprio nome, cognome e codice fiscale”.

L’amministratore dal canto suo comunicherà la denominazione, il codice fiscale del cessionario, l’accettazione da parte di quest’ultimo del credito ceduto nonché l’ammontare dello stesso, spettante sulla base delle spese sostenute dal condominio entro il 31 dicembre dell’anno precedente, e consegnerà al condòmino stesso la certificazione delle spese a lui imputabili, sostenute nell’anno precedente.

Il punto, invece, su cui le regole di cessione dei due bonus non collimano è la natura degli interventi eseguiti.

Ossia: se da una parte l’Ecobonus ammette, a decorrere dal 1° gennaio 2018, la possibilità di cessione del credito tanto per gli interventi condominiali quanto per quelli effettuati sulle singole abitazioni private, tale estensione non è stata ancora introdotta per il bonus applicato agli interventi anti-sismici, che resta dunque cedibile solo in caso di lavori condominiali (come previsto a suo tempo dalla Legge di Bilancio 2017), ma non in caso di lavori su singole abitazioni.

A sottolineare il più ampio margine di manovra per la cessione dell’Ecobonus è stata poi la stessa Agenzia delle Entrate nella Circolare 11/E del 18 maggio 2018:

La legge di bilancio 2018 – scriveva l’AdE – ha, infine, esteso, a decorrere dal 1° gennaio 2018, la possibilità di cedere il credito corrispondente anche alla detrazione spettante per interventi effettuati sulle singole unità immobiliari confermando che:

  • il predetto credito può essere ceduto ai fornitori che hanno effettuato gli interventi nonché ad altri soggetti privati, con la facoltà per gli stessi di successiva cessione del credito, con esclusione delle banche e degli intermediari finanziari;
  • il credito può essere ceduto anche alle banche e agli intermediari finanziari da parte dei soli contribuenti che ricadono nella no tax area.