Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 66 del 19 marzo 2019 il Decreto MIUR del 28 dicembre 2018 contenente i massimali di spesa detraibili in riferimento ai corsi di laurea e post-laurea frequentati nel 2018 nelle università “non statali”.

Si tratta in sostanza delle stesse soglie già valide per il Modello 730 dello scorso anno in riferimento alle spese sostenute nel 2017.

Come si ricorderà, secondo quanto disposto dalla riforma renziana della “Buona Scuola” (Legge 107/2015), la detrazione del 19% sulle spese d’istruzione è stata incanalata su un doppio binario: da una parte ci sono infatti le spese per l’università (statali e non), dall’altra quelle per le scuole primarie e secondarie.

Una delle novità sostanziali va riscontrata nell’uniformità della detrazione che cancella, in riferimento alle sole scuole dell’infanzia, del primo ciclo di istruzione e delle scuole secondarie di secondo grado, il vecchio discrimine fra istituti statali e parificati (privati).

Difatti, secondo il vecchio regime agevolativo, la detrazione sui contributi pagati alle scuole parificate era ammessa entro il limite di quelli pagati alle scuole statali.

Oggi invece, a prescindere da quale sia il livello d’istruzione ricevuta (non importa se infantile, primaria o secondaria) e dall’istituto frequentato (non importa se privato o statale), il nuovo regolamento fiscale introduce comunque un tetto massimo di spesa detraibile uniforme per ciascun alunno (per le spese sostenute nel 2018 la soglia è pari a 786 euro) sul quale verrà appunto applicata la detrazione del 19%, con un risparmio sull’imposta lorda che nel migliore dei casi ammonterà a 149 euro (cioè il 19% di 786).

Venendo invece alle spese universitarie, il discrimine fra atenei statali e privati viene mantenuto. Anche qui, però, c’è un elemento che cambia rispetto al regime precedente: viene cioè a decadere – almeno in parte – il requisito dell’affinità tra lo specifico corso di laurea frequentato nell’ateneo privato e quello invece tenuto nell’ateneo statale più vicino.

Fino alle dichiarazioni 2015, infatti, la detrazione riconosciuta agli studenti iscritti nelle facoltà di atenei privati è stata applicata prendendo come riferimento le tasse versate nell’università pubblica più vicina che prevedesse, appunto, un analogo corso di studi. Quindi chi, frequentando un’università privata, avesse voluto detrarre le spese di studio, avrebbe dovuto informarsi sulle tasse effettivamente pagate nell’università statale più vicina ed affine.

L’assetto invece predisposto dalla riforma del Governo Renzi ha eliminato tale vincolo di affinità stabilendo a priori – per ciascuna facoltà non statale – un tetto massimo di spesa detraibile considerando comunque le tasse e i contributi mediamente versati negli atenei statali.

Le spese, quindi, sostenute nelle università private, sono detraibili “in misura non superiore a quella stabilita annualmente per ciascuna facoltà universitaria con decreto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca tenendo conto degli importi medi delle tasse e dei contributi dovuti alle università statali”.

Ne consegue allora che le spese sostenute per la frequenza di università statali sono comunque detraibili per l’intero importo corrisposto, nella misura del 19%.

Come anticipato, allora, nella GU 66/2019 il MIUR ha confermato in riferimento all’anno 2018 le stesse soglie di spesa detraibili già valide negli anni scorsi laddove si sia frequenta un’università “non statale”.

Da precisare che tali soglie sono diversificate in relazione all’area disciplinare in cui si colloca il corso specifico (area Medica, Sanitaria, Umanistico-Sociale, Tecnico-scientifica) e alla zona geografica in cui ha sede l’Ateneo (Nord, Centro o Sud-Isole).

Volendo quindi fare un esempio, per le facoltà Umanistico-sociali situate al Nord il massimale detraibile nella misura del 19% è pari a 2.800 euro, mentre scende a 2.300 euro per le facoltà del Centro, fino ad arrivare a 1.500 euro per quelle del Sud e delle isole.

 

Entro il 1 Aprile 2019 ogni lavoratore dipendente riceverà copia della propria Certificazione Unica 2019:

  • dal datore di lavoro;
  • dai Sostituti d’imposta o Enti Eroganti e dagli Enti Pubblici o Privati che erogano trattamenti pensionistici.

La CU, che sostituisce il vecchio CUD, è documentazione necessaria per l’elaborazione del proprio Modello 730.

I pensionati, invece, potranno scaricare la propria Certificazione Unica rivolgendosi a un intermediario abilitato oppure accedendo alla propria area riservata del sito INPS.

 

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Ecobonus e Sismabonus viaggiano in parallelo, cedibili entrambi sia per i soggetti appartenenti alla cosiddetta no tax areacioè in sostanza coloro che avendo redditi troppo bassi non hanno margini di manovra per poter beneficiare delle detrazioni teoricamente spettanti perché eccedenti l’imposta stessa – sia per quelli capienti che fanno (o potrebbero fare) la dichiarazione applicando normalmente i bonus in relazione alle spese effettuate; spese, quindi, che andrebbero a diminuire l’imposta dovuta.

Quindi, in pratica, sia per l’Ecobonus che per il Sismabonusla possibilità di cedere la detrazione riguarda tutti i soggetti che sostengono le spese in questione, compresi coloro che, in concreto, non potrebbero fruire della corrispondente detrazione in quanto l’imposta lorda è assorbita dalle altre detrazioni o non è dovuta”.

Per quel che riguarda invece i soggetti “cessionari” (cioè coloro ai quali può essere destinata la cessione), l’amministrazione elenca i seguenti:

  • i fornitori dei beni e servizi necessari alla realizzazione degli interventi agevolabili;
  • i soggetti privati (non solo persone fisiche, ma anche i soggetti che esercitano attività di lavoro autonomo o d’impresa, anche in forma associata);
  • banche e intermediari finanziari, questi ultimi però solo nell’ipotesi di cessione del credito da parte di un contribuente no tax area.

Ma nel concreto cosa occorre fare?

Il condòmino che cede il credito deve in buona sostanza comunicare all’amministratore del condominio, entro il 31 dicembre del periodo d’imposta di riferimento, “l’avvenuta cessione e la relativa accettazione da parte del cessionario, indicando la denominazione e il codice fiscale di quest’ultimo, oltre al proprio nome, cognome e codice fiscale”.

L’amministratore dal canto suo comunicherà la denominazione, il codice fiscale del cessionario, l’accettazione da parte di quest’ultimo del credito ceduto nonché l’ammontare dello stesso, spettante sulla base delle spese sostenute dal condominio entro il 31 dicembre dell’anno precedente, e consegnerà al condòmino stesso la certificazione delle spese a lui imputabili, sostenute nell’anno precedente.

Il punto, invece, su cui le regole di cessione dei due bonus non collimano è la natura degli interventi eseguiti.

Ossia: se da una parte l’Ecobonus ammette, a decorrere dal 1° gennaio 2018, la possibilità di cessione del credito tanto per gli interventi condominiali quanto per quelli effettuati sulle singole abitazioni private, tale estensione non è stata ancora introdotta per il bonus applicato agli interventi anti-sismici, che resta dunque cedibile solo in caso di lavori condominiali (come previsto a suo tempo dalla Legge di Bilancio 2017), ma non in caso di lavori su singole abitazioni.

A sottolineare il più ampio margine di manovra per la cessione dell’Ecobonus è stata poi la stessa Agenzia delle Entrate nella Circolare 11/E del 18 maggio 2018:

La legge di bilancio 2018 – scriveva l’AdE – ha, infine, esteso, a decorrere dal 1° gennaio 2018, la possibilità di cedere il credito corrispondente anche alla detrazione spettante per interventi effettuati sulle singole unità immobiliari confermando che:

  • il predetto credito può essere ceduto ai fornitori che hanno effettuato gli interventi nonché ad altri soggetti privati, con la facoltà per gli stessi di successiva cessione del credito, con esclusione delle banche e degli intermediari finanziari;
  • il credito può essere ceduto anche alle banche e agli intermediari finanziari da parte dei soli contribuenti che ricadono nella no tax area.

Binario morto per la detrazione al 50% dell’Iva pagata sugli acquisti dei fabbricati ad uso abitativo.

A partire infatti dal periodo d’imposta 2018, e con effetto, quindi, dalle Dichiarazioni 2019, il beneficio rimasto valido relativamente ai rogiti stipulati nell’arco del biennio 2016-17 (dichiarazioni 17-18) l’anno scorso non è stato prorogato.

Il mercato immobiliare italiano, colonna per definizione della nostra “identità” economica (cioè la casa, il mattone) perde insomma – per lo meno indirettamente – uno dei suoi tanti tasselli incentivanti, oltretutto in un’annualità, quella del 2018, in cui i dati delle compravendite andate a buon fine nel settore abitativo hanno registrato un trend in crescita rispetto al 2017.

Si trattava in sostanza di un bonus valido per gli acquisti di fabbricati destinati a una funzione abitativa, purché nuovi e appartenenti alla classe energetica A o B.

La detrazione non era pertanto limitata all’Iva pagata in occasione dell’acquisto dell’abitazione principale, ma di fatto interessava le cessioni dei fabbricati residenziali in genere, sia prime che seconde o terze case.

Era però fondamentale che la cessione avvenisse da parte di un’impresa costruttrice o ristrutturatrice e non da un privato, dopodiché le tempistiche della detrazione sarebbero coincise con quelle dei normali bonus al 50-65 per cento che già conosciamo, vale a dire sarebbe stata goduta nell’arco di un decennio e quindi suddivisa in 10 quote annuali di pari importo.

Le dichiarazioni del 2018 – redditi 2017 – sono state quindi le ultime con le quali i contribuenti hanno potuto iniziare a detrarre la prima quota del 50% dell’Iva versata sulle compravendite rogitate fino alla data spartiacque del 31 Dicembre 2017.

Al contrario, già un acquisto rogitato di 1° Gennaio 2018 non sarà più detraibile nelle dichiarazioni 2019.

Ipotizziamo però il caso di un contribuente che abbia acquistato casa nel 2017 (quindi in un anno per il quale la detrazione era ancora pienamente valida), ma che per distrazione si fosse dimenticato di detrarre nel Modello 730 del 2018 la prima rata del bonus.

Questo contribuente potrebbe non solo presentare la dichiarazione 2019 cominciando a far valere il bonus dalla seconda rata, ma potrebbe anche presentare un Modello REDDITI integrativo per recuperare la prima rata spettante, ma non goduta, relativa alla dichiarazione precedente.

Fresco di proroga su tutto il 2019, il Bonus Mobili presuppone certamente l’esistenza a monte di un intervento di ristrutturazione o di manutenzione straordinaria, tuttavia non richiede vi sia una “contiguità” logica fra l’intervento stesso e il nuovo mobile/elettrodomestico acquistato.

L’unico “collegamento”, per così dire, deve sussistere tenendo conto dell’immobile nel suo complesso e non del singolo ambiente dov’è avvenuto l’intervento.

In altri termini: se ristrutturo il bagno o la sala da pranzo, nulla mi vieterà di detrarre l’acquisto di un letto matrimoniale o di un frigorifero, a patto comunque che il letto o il frigorifero siano destinati alla stessa casa dov’è avvenuta la ristrutturazione.

C’è inoltre un dettaglio in più da ricordare, che la stessa Agenzia delle Entrate metteva in evidenza nella Circolare 29/E del 2013, vale a dire che anche le spese di trasporto e montaggio dei arredi/elettrodomestici (ma solo nuovi, l’usato non è mai detraibile) rientrano nel raggio della detrazione.

Quanto ai pagamenti veri e propri, in deroga alla norma generale che obbliga – per gli interventi edili e di risparmio energetico – all’impiego del bonifico “parlante”, per le sole spese che riguardano appunto mobili ed elettrodomestici si può anche pagare tramite carte di credito o debito, a patto di conservare la relativa documentazione.

Farà dunque fede la data di emissione del bonifico o dell’utilizzo della carta di credito o di debito, qualora si scelga questa seconda modalità di pagamento. Da tener presente che lo sconto massimo ottenibile resta fisso a 5mila euro (spalmabili in 10 rate annuali di pari importo), essendo la soglia massima di spesa suscettibile di detrazione pari a 10mila euro.

Va inoltre precisato che tale soglia è riferita alla singola unità immobiliare e non al contribuente. Se quindi si posseggono due case soggette a ristrutturazione e per entrambe si è provveduto all’acquisto di nuovi mobili/elettrodomestici, per ciascuna di esse si applicherà il tetto dei 10mila euro.

A titolo esemplificativo, nell’insieme dei mobili agevolati rientrano i letti, gli armadi, le librerie, i tavoli, i divani, nonché i materassi e gli apparecchi di illuminazione. Fra gli elettrodomestici, invece, figurano i frigoriferi, le lavatrici, le asciugatrici, le lavastoviglie e gli apparecchi di cottura.

Un ultimo chiarimento lo facciamo sulle tempistiche di acquisto.

L’Agenzia delle Entrate ritiene infatti ammissibile la detrazione anche per quelle spese effettuate eventualmente prima di aver pagato la ristrutturazione, a patto però che i lavori di ristrutturazione siano già stati avviati.

In altri termini, la data di inizio lavori dev’essere per forza anteriore a quella in cui vengono sostenute le spese per l’acquisto dei mobili/elettrodomestici, ma non è necessario che le spese di ristrutturazione siano sostenute prima di quelle per l’arredo.

Continua ad alzarsi, anche nella dichiarazione 2019, l’asticella delle spese d’istruzione che saranno detraibili sempre nella misura standard del 19% entro un importo massimo (cioè entro una spesa sostenuta) pari non più a 717 euro, com’è stato nel 2018, ma a 786 euro.

Secondo quanto disposto dalla riforma renziana della “Buona Scuola” la detrazione è stata incanalata su un doppio binario: da una parte, cioè, ci sono le spese universitarie – per le quali sono previsti massimali di spesa detraibile che variano a seconda dei corsi di laurea e della zona geografica in cui è situato l’ateneo – dall’altra abbiamo invece quelle per le scuole primarie e secondarie.

La vecchia formulazione dell’articolo 15, comma 1, lettera “e” del Tuir prevedeva la possibilità di detrarre nella misura del 19%, senza distinzione, le spese sostenute per la “frequenza di corsi di istruzione secondaria, universitaria, di perfezionamento e/o di specializzazione, tenuti presso istituti o università italiane o straniere, pubbliche o private, in misura non superiore a quella stabilita per le tasse e i contributi degli istituti statali italiani”. Ai sensi del comma 2 del medesimo articolo la detrazione spettava (e spetta tutt’ora) anche per gli oneri sostenuti nell’interesse dei familiari fiscalmente a carico.

Viceversa con la riforma di Renzi la suddetta lettera “e” viene rinnovata limitando la detraibilità alle sole spese sostenute per i corsi di istruzione universitaria (ad esempio immatricolazione ed iscrizione, soprattasse per esami di profitto e laurea, frequenza, corsi di specializzazione) “in misura non superiore a quella stabilita per le tasse e i contributi delle università statali”.

Poi, in aggiunta alla lettera “e”, è stata successivamente inserita la lettera “e-bis” in cui si dispone l’applicazione della detrazione Irpef del 19% in riferimento alle spese, entro un limite massimo innalzato quest’anno a 786 euro, per la frequenza:

  • delle scuole dell’infanzia (ex asili);
  • del primo ciclo di istruzione, cioè delle scuole primarie (ex elementari) e delle scuole secondarie di primo grado (ex medie);
  • e infine delle scuole secondarie di secondo grado (ex superiori).

Quindi, in sintesi, abbiamo una detrazione che distingue le spese universitarie (lettera “e”) da tutto ciò che viene prima (lettera “e-bis”), a cominciare dall’entrata in asilo fino all’esame di maturità.

Non solo: un altro cambiamento sostanziale introdotto dalla riforma risiede nell’uniformità della detrazione che cancella, riguardo alle sole spese non universitarie, il vecchio discrimine fra istituti statali e parificati (cioè i privati).

Difatti, secondo il vecchio regolamento, la detrazione sui contributi pagati alle scuole parificate era ammessa, ma solo entro i limiti in cui gli stessi contributi non superassero l’importo di quelli pagati alle scuole statali, principio che è rimasto in vigore per l’istruzione universitaria.

Di conseguenza, a prescindere da quale sia il livello d’istruzione ricevuta (non importa se infantile, primaria o secondaria) e dall’istituto frequentato (non importa se privato o statale), il nuovo regolamento introduce un tetto massimo di spesa detraibile pari a 786 euro annui per ciascun alunno o studente, sui quali verrà appunto applicata la detrazione del 19%, con un risparmio sull’imposta lorda che nel migliore dei casi ammonterà a 149 euro (cioè il 19% di 786).

Per quanto riguarda invece le università, il discrimine fra atenei statali e privati viene, come abbiamo detto, mantenuto.

Le spese, quindi, sostenute nelle università private, saranno detraibili “in misura non superiore a quella stabilita annualmente per ciascuna facoltà universitaria con decreto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, tenendo conto degli importi medi delle tasse e dei contributi dovuti alle università statali”.

La dichiarazione di quest’anno, dopo quella del 2018, sarà la seconda e forse l’ultima – salvo future proroghe – nella quale potranno essere detratti alla stregua di normali spese mediche, quindi nella consueta misura del 19% al di sopra della franchigia pari a 129,11 euro, gli acquisti dei cosiddetti AMF, ovvero gli Alimenti Medici a Fini Speciali indicati in un apposito registro nazionale (sezione A1) predisposto dal Ministero della Salute (DM Sanità dell’8 giugno 2001).

La detrazione, come accennato, qualora non dovessero sopraggiungere eventuali proroghe dal 2020 in poi, resterà confinata al biennio 2017-2018, agevolando quindi le sole spese effettuate tra il 1° gennaio 2017 e il 31 dicembre 2018. Lo scorso anno (dichiarazione 2018) si sono quindi potuti portare in detrazione gli alimenti acquistati nel 2017, mentre quest’anno sarà la volta di quelli acquistati nel 2018.

Il consiglio in questo caso, viste le possibili inesattezze dei dati comunicati dagli operatori sanitari all’Agenzia delle Entrate, è quello di esaminare con estrema cura il 730 precompilato 2019 che l’amministrazione predisporrà entro aprile sulla base dei dati di spesa comunicati dai diversi enti/operatori, fra i quali – appunto – anche le farmacie che vendono gli AMF.

È bene ricordare che la detrazione fa un distinguo ben preciso fra alcuni alimenti detraibili e altri no. Per essere più chiari, si consideri che il Registro nazionale dei prodotti destinati ad una alimentazione particolare, è suddiviso in tre categorie: una relativa agli alimenti per lattanti, un’altra relativa a quelli senza glutine – fondamentalmente rivolta ai celiaci – e la terza, appunto, relativa agli Alimenti medici a fini speciali. Ebbene, la detraibilità tocca soltanto quest’ultima categoria di prodotti.

Questo in effetti qualche dubbio lo crea. Se per i lattanti la non detraibilità è più comprensibile, nel senso che l’acquisto degli alimenti loro destinati può in effetti non configurarsi come una spesa prettamente a scopo terapeutico, cioè di “cura”, il punto interrogativo resta invece sul perché dell’esclusione degli alimenti senza glutine a differenza degli altri.

In pratica il legislatore ha deciso di agevolare solo quegli alimenti ritenuti necessari ai soggetti che soffrono di particolari patologie metaboliche oppure di diabete e che non possono dunque alimentarsi con una dieta ordinaria. Sono pazienti, in pratica, con limitata, disturbata o alterata capacità di assumere, digerire, metabolizzare e assorbire le sostanze nutrienti contenute in determinati alimenti comuni.

Di qui la domanda: come mai l’esclusione fiscale dei celiaci che assumono alimenti senza glutine? Il paradosso, per altro, è doppiamente evidente se si considera che l’acquisto del dispositivo medico per effettuare il test di autodiagnosi per la celiachia è normalmente detraibile. Quindi, di fatto, se da un lato il legislatore ammette alla detrazione una spesa di prevenzione, qual è appunto quella per il test anti-celiachia, sostenuta teoricamente anche da un non celiaco, dall’altro dice di no alla detraibilità degli alimenti senza glutine acquistati invece da chi celiaco lo è davvero.

Il fisco agevola la detraibilità delle spese veterinarie escludendo dalla documentazione l’onere della prescrizione medica. Gattari e canari hanno insomma una preoccupazione in meno, dovendo aver cura soltanto dello scontrino parlante. L’Agenzia delle Entrate lo ha detto infatti a chiare lettere nella Risoluzione 24/E del 27 febbraio 2017, in risposta a un paio di quesiti sulla detraibilità degli oneri sostenuti per le cure degli animali da compagnia o per la pratica sportiva, spiegando che lo scontrino parlante – se si parla appunto di spese per farmaci veterinari – è l’unico documento che realmente serve.

Questo perché ai fini fiscali la sostanza non cambia tra un scontrino emesso per un farmaco destinato a un animale piuttosto che a un umano, nel senso che agli occhi dell’amministrazione il documento attestante la spesa ha lo stesso identico valore: dovrà cioè “riportare, oltre al codice fiscale del soggetto destinatario, anche la natura e la quantità dei medicinali acquistati” (se hai bisogno di aiuto per la dichiarazione, puoi usufruire della nostra consulenza fiscale contattando la sede CAF ACLI più vicina, prenotando un appuntamento online, oppure registrandoti alla nostra piattaforma Il730.Online).

Non ha invece lo stesso valore la spesa sostenuta per gli animali che non siano di compagnia o per la pratica sportiva, perché la detrazione non spetta sulla cura di animali destinati all’allevamento, alla riproduzione o al consumo alimentare, né sulla cura di animali di qualunque specie allevati o detenuti nell’esercizio di attività commerciali o agricole.

Nello specifico, quindi, sono ammesse “le prestazioni professionali rese dal veterinario, l’acquisto di medicinali veterinari prescritti dal veterinario e le spese per analisi di laboratorio e interventi presso cliniche veterinarie. In particolare (…) si ritiene che, con riferimento alla detraibilità delle spese sostenute per medicinali veterinari non sia più necessario conservare la prescrizione del medico veterinario, ma sia sufficiente lo scontrino parlante”.

Per quanto concerne invece “la natura di farmaco, questa è attestata dal codice di autorizzazione in commercio del farmaco stesso”. La cosa che invece cambia, come detto in apertura, rispetto alle normali spese mediche, è la possibilità di portare in detrazione l’onere veterinario anche senza aver conservato la prescrizione medica: “Per le spese sostenute per l’acquisto di farmaci veterinari – scrive appunto l’Agenzia – non è più necessaria la prescrizione medica ma solamente lo scontrino parlante”.

Non conta nemmeno dove si è effettuato l’acquisto. “Non rileva – prosegue la Risoluzione – il luogo dove sono stati acquistati detti medicinali; infatti, i farmaci certificati da scontrino parlante sono detraibili anche se venduti da strutture diverse dalle farmacie, purché a ciò autorizzate dal ministero della salute (come per la vendita di farmaci generici nei supermercati)”.

In parole povere, sta dicendo l’amministrazione, il farmaco è farmaco, a prescindere da chi lo vende. Quanto poi al concetto di “farmaco” in sé, è bene ricordare che non è detto che tutto quello che si acquista (e che si crede possa rientrare nel raggio della detrazione) sarà poi detraibile. A questo proposito la Risoluzione delle Entrate chiama in causa i tanto discussi integratori alimentari, per i quali, sia nel caso degli umani che nel caso degli animali (per questi ultimi si parla in genere di “mangimi”), la detrazione non sarà mai applicabile, visto che la legge non considera gli integratori/mangimi – anche se assunti per finalità terapeutiche o di benessere fisico – dei medicinali veri e propri, essendo questi “prodotti appartenenti all’area alimentare”. Quindi, a meno di non modificare la normativa e di renderla più permissiva, gli integratori o mangimi non potranno mai essere ammessi in detrazione.

Al di là, poi, di queste indicazioni specifiche, è bene fare il punto sulla detraibilità in genere delle spese veterinarie. Con quelle mediche, infatti, anche le veterinarie condividono la franchigia “in entrata” dei 129,11 euro, ma a differenza delle prime hanno un tetto limite che blocca il beneficio al di sopra dei 387,34 euro. In sostanza si può detrarre il 19% della quota di spesa eventualmente superiore a 129 euro, restando però nei limiti dei 387 (soglia rimasta valida anche per le dichiarazioni 2019 su redditi 2018).

Una spesa annua, cioè, fino a 129 euro non sarebbe detraibile proprio perché non superiore alla franchigia, come anche non sarebbe detraibile tutto ciò che eccede i 387 euro.
Oltretutto, altro aspetto di non poco conto, considerando che sono molte le famiglie con più di un animale domestico, la soglia di spesa massima pari a 387 euro è cumulativa anziché specifica per ogni singolo animale. In sostanza, a prescindere dalla quantità degli animali presenti, la detrazione resta sempre calcolabile entro i valori numerici che abbiamo detto. Di conseguenza, quello che al massimo potrà essere detratto sarà un importo di 49 euro, ovvero il 19% di 258,23 euro, quota di spesa eccedente la franchigia di 129 euro, ma non superiore al tetto dei 387.

Anche per le unioni civili siglate fra persone dello stesso sesso c’è la possibilità di fare la dichiarazione congiunta. Difatti, a seguito del provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del marzo 2016 le istruzioni del 730 sono state modificate con l’aggiunta della seguente frase: “In base a quanto stabilito dall’art. 1, comma 20, della legge n. 76 del 2016, le parole ‘coniuge’, ‘coniugi’ o termini equivalenti si intendono riferiti anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”.

Tale aggiunta non è stata altro che un recepimento, da parte dell’amministrazione finanziaria, delle disposizioni introdotte con la cosiddetta Legge Cirinnà n. 76/2016 che ha di fatto regolamentato, equiparandole alla forma del matrimonio – quindi con eguali diritti/doveri per i contraenti -, le unioni civili fra persone dello stesso sesso.

L’equiparazione, inevitabilmente, finisce per avere degli effetti pratici anche sul piano fiscale, essendo estese ai componenti dell’unione civile le medesime agevolazioni tributarie che sarebbero godute dal coniuge sposato con rito civile o religioso. Fra queste ci sono ad esempio le detrazioni sui familiari a carico, oppure la possibilità di portarsi in detrazione alcune tipologie di spesa effettuate da o per il coniuge a carico.

E ovviamente c’è anche la possibilità di fare la dichiarazione in forma congiunta, il cui principale vantaggio è il pagamento/rimborso delle imposte direttamente nella busta paga o nella pensione del dichiarante. In termini pratici, intendendosi per “coniuge” o “coniugi” anche gli uomini e le donne facenti parte di un’unione civile, per fare il 730 congiunto sarà necessario:

  1. che almeno uno dei due coniugi/uniti civilmente non sia esonerato dalla presentazione della dichiarazione;
  2. che i contribuenti redigano il modello 730 perché in possesso – unicamente – di redditi dichiarabili nel 730.

Sarà inoltre necessario che:

  1. il dichiarante (cioè chi effettua il conguaglio) indichi nella propria area riservata il codice fiscale del coniuge/unito civilmente;
  2. il congiunto esprima il consenso alla presentazione del 730 indicando, nella propria area, il codice fiscale dell’altro soggetto;
  3. il prospetto di liquidazione presente nell’area riservata del dichiarante contenga i dati di entrambi i coniugi/uniti civilmente e un solo risultato (attenzione: una volta che i 730 sono congiunti, il dichiarante non può più modificare la propria dichiarazione).

A scanso di equivoci è bene specificare che le stesse regole non possono applicarsi alle normali convivenze more uxorio. La convivenza di fatto, in tal senso, non viene equiparata (e mai potrebbe esserlo) al matrimonio (sia esso contratto in forma civile o religiosa) o all’unione civile fra componenti dello stesso sesso.

Possono sì verificarsi delle situazioni – come prevede la stessa legge Cirinnà – in cui il convivente venga a godere di certi diritti regolamentati, ma l’equiparazione tout court della convivenza, sia pure di lunga data, a una vera e propria unione civile/religiosa sarebbe ben altra cosa. In pratica i conviventi more uxorio, a meno che non decidano di sposarsi o di unirsi civilmente, restano comunque fuori dalla possibilità di presentare la dichiarazione in forma congiunta.

Si ricorda altresì che non è possibile fare il 730 congiunto se lo si presenta per conto di incapaci (minori compresi) o in caso di decesso di uno dei due coniugi/uniti civilmente prima della data di consegna della dichiarazione dei redditi.

Gli oneri o le spese sostenuti per i figli a carico possono essere detratti/dedotti da entrambi genitori, o anche da un solo genitore, indipendentemente da quanto è stato dichiarato nel quadro dei familiari a carico.

Va ricordato anzitutto che la novità dell’innalzamento da 2.840,51 a 4.000 euro della soglia reddituale (lorda) per essere considerati figli a carico fino all’età di 24 anni, è valida a partire dai redditi conseguiti nel 2019, quindi comporterà i primi effetti pratici nelle Dichiarazioni del 2020 (Redditi 2019).

Di conseguenza, per le dichiarazioni di quest’anno (730/Unico 2019 su redditi 2018) restano valide le regole di sempre, cioè il carico fiscale dei figli trova applicazione, per tutti, maggiori o minori di 24 anni, conviventi o meno coi genitori, fino alla soglia (lorda) di 2.840,51 euro annui.

Per quanto riguarda invece le spese sostenute a favore degli “altri familiari” il discorso cambia, fermo restando che la soglia di reddito entro la quale possono essere considerati fiscalmente a carico resta fissa a 2.840,51 euro.

Ora, come spiegano le istruzioni del 730, “alcuni oneri e spese (ad esempio le spese sanitarie, i premi di assicurazione, le spese per la frequenza di corsi di istruzione secondaria e universitaria, i contributi previdenziali e assistenziali) danno diritto alla detrazione o alla deduzione anche se sono stati sostenuti nell’interesse delle persone fiscalmente a carico. In questo caso, la detrazione o deduzione spetta anche se non si fruisce delle detrazioni per carichi di famiglia, che invece sono attribuite interamente ad un altro soggetto”.

Tale principio è appunto applicabile nel solo caso dei figli, nonostante le istruzioni dell’Agenzia parlino più genericamente di “persone fiscalmente a carico”. Difatti, per quanto riguarda i figli, nel prospetto dei “Familiari a carico”, oltre a indicare il codice fiscale e il numero dei mesi, è possibile indicare una percentuale di detrazione pari allo “zero per cento”.

Nel concreto il genitore A potrebbe, pur non godendo di fatto delle detrazioni per il figlio a carico (spettanti al 100% al genitore B), inserire lo “0%” come quota spettante di detrazione e ciò basterebbe a certificare la condizione del figlio come familiare a carico dando al tempo stesso la possibilità al genitore A di detrarre/dedurre determinate spese o oneri per lui/lei sostenuti.

Volendo semplificare ulteriormente: se il padre indica in dichiarazione il figlio a carico al 100%, la madre, indicando a carico lo stesso figlio, ma con la percentuale dello 0%, potrebbe comunque andare a detrarre certe spese per lui sostenute.

Di norma, ai fini della detrazione, il documento che certifica la spesa dovrebbe essere intestato al genitore che l’ha effettuata. Laddove, viceversa, il documento fosse intestato al figlio fiscalmente a carico, le spese

  • andrebbero suddivise tra i due genitori nella misura in cui sono state effettivamente sostenute,
  • oppure, qualora i genitori scegliessero di ripartire le spese in misura diversa dal 50 per cento, dovrebbero annotare la percentuale di ripartizione nel documento comprovante la spesa.

Viceversa, come accennavamo, le regole differiscono per gli altri familiari a carico, per i quali non c’è la possibilità di indicare la percentuale di detrazione dello 0% laddove un altro familiare ne godesse al 100%. L’unica alternativa è di ripartire in misura uguale la detrazione – 50 e 50 – tra i soggetti che ne hanno diritto.

Facciamo un esempio: marito e moglie che convivono con la madre della moglie. In tal caso potrebbero spartirsi in parti uguali la detrazione sui carichi familiari (vale a dire 50% alla moglie in riferimento alla madre e il restante 50% al marito in riferimento alla suocera), oppure la detrazione spetterebbe al 100% solo al marito (suocera interamente a carico) o alla moglie (madre interamente a carico).

In quest’ultimo caso, quindi, l’altro coniuge non potrebbe inserire lo 0% come quota spettante di carico familiare. Di conseguenza, nel caso in cui la suocera fosse al 100% a carico del marito, solo il marito potrebbe detrarsi le altre eventuali spese per lei sostenute (idem per la moglie se la madre fosse al 100% a suo carico). Viceversa, se la suocera/madre fosse a carico di entrambi i coniugi al 50%, tutti e due avrebbero la possibilità di portarsi in detrazione le spese per lei sostenute e regolarmente certificate.