La dichiarazione di quest’anno, dopo quella del 2018, sarà la seconda e forse l’ultima – salvo future proroghe – nella quale potranno essere detratti alla stregua di normali spese mediche, quindi nella consueta misura del 19% al di sopra della franchigia pari a 129,11 euro, gli acquisti dei cosiddetti AMF, ovvero gli Alimenti Medici a Fini Speciali indicati in un apposito registro nazionale (sezione A1) predisposto dal Ministero della Salute (DM Sanità dell’8 giugno 2001).

La detrazione, come accennato, qualora non dovessero sopraggiungere eventuali proroghe dal 2020 in poi, resterà confinata al biennio 2017-2018, agevolando quindi le sole spese effettuate tra il 1° gennaio 2017 e il 31 dicembre 2018. Lo scorso anno (dichiarazione 2018) si sono quindi potuti portare in detrazione gli alimenti acquistati nel 2017, mentre quest’anno sarà la volta di quelli acquistati nel 2018.

Il consiglio in questo caso, viste le possibili inesattezze dei dati comunicati dagli operatori sanitari all’Agenzia delle Entrate, è quello di esaminare con estrema cura il 730 precompilato 2019 che l’amministrazione predisporrà entro aprile sulla base dei dati di spesa comunicati dai diversi enti/operatori, fra i quali – appunto – anche le farmacie che vendono gli AMF.

È bene ricordare che la detrazione fa un distinguo ben preciso fra alcuni alimenti detraibili e altri no. Per essere più chiari, si consideri che il Registro nazionale dei prodotti destinati ad una alimentazione particolare, è suddiviso in tre categorie: una relativa agli alimenti per lattanti, un’altra relativa a quelli senza glutine – fondamentalmente rivolta ai celiaci – e la terza, appunto, relativa agli Alimenti medici a fini speciali. Ebbene, la detraibilità tocca soltanto quest’ultima categoria di prodotti.

Questo in effetti qualche dubbio lo crea. Se per i lattanti la non detraibilità è più comprensibile, nel senso che l’acquisto degli alimenti loro destinati può in effetti non configurarsi come una spesa prettamente a scopo terapeutico, cioè di “cura”, il punto interrogativo resta invece sul perché dell’esclusione degli alimenti senza glutine a differenza degli altri.

In pratica il legislatore ha deciso di agevolare solo quegli alimenti ritenuti necessari ai soggetti che soffrono di particolari patologie metaboliche oppure di diabete e che non possono dunque alimentarsi con una dieta ordinaria. Sono pazienti, in pratica, con limitata, disturbata o alterata capacità di assumere, digerire, metabolizzare e assorbire le sostanze nutrienti contenute in determinati alimenti comuni.

Di qui la domanda: come mai l’esclusione fiscale dei celiaci che assumono alimenti senza glutine? Il paradosso, per altro, è doppiamente evidente se si considera che l’acquisto del dispositivo medico per effettuare il test di autodiagnosi per la celiachia è normalmente detraibile. Quindi, di fatto, se da un lato il legislatore ammette alla detrazione una spesa di prevenzione, qual è appunto quella per il test anti-celiachia, sostenuta teoricamente anche da un non celiaco, dall’altro dice di no alla detraibilità degli alimenti senza glutine acquistati invece da chi celiaco lo è davvero.

Il fisco agevola la detraibilità delle spese veterinarie escludendo dalla documentazione l’onere della prescrizione medica. Gattari e canari hanno insomma una preoccupazione in meno, dovendo aver cura soltanto dello scontrino parlante. L’Agenzia delle Entrate lo ha detto infatti a chiare lettere nella Risoluzione 24/E del 27 febbraio 2017, in risposta a un paio di quesiti sulla detraibilità degli oneri sostenuti per le cure degli animali da compagnia o per la pratica sportiva, spiegando che lo scontrino parlante – se si parla appunto di spese per farmaci veterinari – è l’unico documento che realmente serve.

Questo perché ai fini fiscali la sostanza non cambia tra un scontrino emesso per un farmaco destinato a un animale piuttosto che a un umano, nel senso che agli occhi dell’amministrazione il documento attestante la spesa ha lo stesso identico valore: dovrà cioè “riportare, oltre al codice fiscale del soggetto destinatario, anche la natura e la quantità dei medicinali acquistati” (se hai bisogno di aiuto per la dichiarazione, puoi usufruire della nostra consulenza fiscale contattando la sede CAF ACLI più vicina, prenotando un appuntamento online, oppure registrandoti alla nostra piattaforma Il730.Online).

Non ha invece lo stesso valore la spesa sostenuta per gli animali che non siano di compagnia o per la pratica sportiva, perché la detrazione non spetta sulla cura di animali destinati all’allevamento, alla riproduzione o al consumo alimentare, né sulla cura di animali di qualunque specie allevati o detenuti nell’esercizio di attività commerciali o agricole.

Nello specifico, quindi, sono ammesse “le prestazioni professionali rese dal veterinario, l’acquisto di medicinali veterinari prescritti dal veterinario e le spese per analisi di laboratorio e interventi presso cliniche veterinarie. In particolare (…) si ritiene che, con riferimento alla detraibilità delle spese sostenute per medicinali veterinari non sia più necessario conservare la prescrizione del medico veterinario, ma sia sufficiente lo scontrino parlante”.

Per quanto concerne invece “la natura di farmaco, questa è attestata dal codice di autorizzazione in commercio del farmaco stesso”. La cosa che invece cambia, come detto in apertura, rispetto alle normali spese mediche, è la possibilità di portare in detrazione l’onere veterinario anche senza aver conservato la prescrizione medica: “Per le spese sostenute per l’acquisto di farmaci veterinari – scrive appunto l’Agenzia – non è più necessaria la prescrizione medica ma solamente lo scontrino parlante”.

Non conta nemmeno dove si è effettuato l’acquisto. “Non rileva – prosegue la Risoluzione – il luogo dove sono stati acquistati detti medicinali; infatti, i farmaci certificati da scontrino parlante sono detraibili anche se venduti da strutture diverse dalle farmacie, purché a ciò autorizzate dal ministero della salute (come per la vendita di farmaci generici nei supermercati)”.

In parole povere, sta dicendo l’amministrazione, il farmaco è farmaco, a prescindere da chi lo vende. Quanto poi al concetto di “farmaco” in sé, è bene ricordare che non è detto che tutto quello che si acquista (e che si crede possa rientrare nel raggio della detrazione) sarà poi detraibile. A questo proposito la Risoluzione delle Entrate chiama in causa i tanto discussi integratori alimentari, per i quali, sia nel caso degli umani che nel caso degli animali (per questi ultimi si parla in genere di “mangimi”), la detrazione non sarà mai applicabile, visto che la legge non considera gli integratori/mangimi – anche se assunti per finalità terapeutiche o di benessere fisico – dei medicinali veri e propri, essendo questi “prodotti appartenenti all’area alimentare”. Quindi, a meno di non modificare la normativa e di renderla più permissiva, gli integratori o mangimi non potranno mai essere ammessi in detrazione.

Al di là, poi, di queste indicazioni specifiche, è bene fare il punto sulla detraibilità in genere delle spese veterinarie. Con quelle mediche, infatti, anche le veterinarie condividono la franchigia “in entrata” dei 129,11 euro, ma a differenza delle prime hanno un tetto limite che blocca il beneficio al di sopra dei 387,34 euro. In sostanza si può detrarre il 19% della quota di spesa eventualmente superiore a 129 euro, restando però nei limiti dei 387 (soglia rimasta valida anche per le dichiarazioni 2019 su redditi 2018).

Una spesa annua, cioè, fino a 129 euro non sarebbe detraibile proprio perché non superiore alla franchigia, come anche non sarebbe detraibile tutto ciò che eccede i 387 euro.
Oltretutto, altro aspetto di non poco conto, considerando che sono molte le famiglie con più di un animale domestico, la soglia di spesa massima pari a 387 euro è cumulativa anziché specifica per ogni singolo animale. In sostanza, a prescindere dalla quantità degli animali presenti, la detrazione resta sempre calcolabile entro i valori numerici che abbiamo detto. Di conseguenza, quello che al massimo potrà essere detratto sarà un importo di 49 euro, ovvero il 19% di 258,23 euro, quota di spesa eccedente la franchigia di 129 euro, ma non superiore al tetto dei 387.

Anche per le unioni civili siglate fra persone dello stesso sesso c’è la possibilità di fare la dichiarazione congiunta. Difatti, a seguito del provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del marzo 2016 le istruzioni del 730 sono state modificate con l’aggiunta della seguente frase: “In base a quanto stabilito dall’art. 1, comma 20, della legge n. 76 del 2016, le parole ‘coniuge’, ‘coniugi’ o termini equivalenti si intendono riferiti anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”.

Tale aggiunta non è stata altro che un recepimento, da parte dell’amministrazione finanziaria, delle disposizioni introdotte con la cosiddetta Legge Cirinnà n. 76/2016 che ha di fatto regolamentato, equiparandole alla forma del matrimonio – quindi con eguali diritti/doveri per i contraenti -, le unioni civili fra persone dello stesso sesso.

L’equiparazione, inevitabilmente, finisce per avere degli effetti pratici anche sul piano fiscale, essendo estese ai componenti dell’unione civile le medesime agevolazioni tributarie che sarebbero godute dal coniuge sposato con rito civile o religioso. Fra queste ci sono ad esempio le detrazioni sui familiari a carico, oppure la possibilità di portarsi in detrazione alcune tipologie di spesa effettuate da o per il coniuge a carico.

E ovviamente c’è anche la possibilità di fare la dichiarazione in forma congiunta, il cui principale vantaggio è il pagamento/rimborso delle imposte direttamente nella busta paga o nella pensione del dichiarante. In termini pratici, intendendosi per “coniuge” o “coniugi” anche gli uomini e le donne facenti parte di un’unione civile, per fare il 730 congiunto sarà necessario:

  1. che almeno uno dei due coniugi/uniti civilmente non sia esonerato dalla presentazione della dichiarazione;
  2. che i contribuenti redigano il modello 730 perché in possesso – unicamente – di redditi dichiarabili nel 730.

Sarà inoltre necessario che:

  1. il dichiarante (cioè chi effettua il conguaglio) indichi nella propria area riservata il codice fiscale del coniuge/unito civilmente;
  2. il congiunto esprima il consenso alla presentazione del 730 indicando, nella propria area, il codice fiscale dell’altro soggetto;
  3. il prospetto di liquidazione presente nell’area riservata del dichiarante contenga i dati di entrambi i coniugi/uniti civilmente e un solo risultato (attenzione: una volta che i 730 sono congiunti, il dichiarante non può più modificare la propria dichiarazione).

A scanso di equivoci è bene specificare che le stesse regole non possono applicarsi alle normali convivenze more uxorio. La convivenza di fatto, in tal senso, non viene equiparata (e mai potrebbe esserlo) al matrimonio (sia esso contratto in forma civile o religiosa) o all’unione civile fra componenti dello stesso sesso.

Possono sì verificarsi delle situazioni – come prevede la stessa legge Cirinnà – in cui il convivente venga a godere di certi diritti regolamentati, ma l’equiparazione tout court della convivenza, sia pure di lunga data, a una vera e propria unione civile/religiosa sarebbe ben altra cosa. In pratica i conviventi more uxorio, a meno che non decidano di sposarsi o di unirsi civilmente, restano comunque fuori dalla possibilità di presentare la dichiarazione in forma congiunta.

Si ricorda altresì che non è possibile fare il 730 congiunto se lo si presenta per conto di incapaci (minori compresi) o in caso di decesso di uno dei due coniugi/uniti civilmente prima della data di consegna della dichiarazione dei redditi.

Gli oneri o le spese sostenuti per i figli a carico possono essere detratti/dedotti da entrambi genitori, o anche da un solo genitore, indipendentemente da quanto è stato dichiarato nel quadro dei familiari a carico.

Va ricordato anzitutto che la novità dell’innalzamento da 2.840,51 a 4.000 euro della soglia reddituale (lorda) per essere considerati figli a carico fino all’età di 24 anni, è valida a partire dai redditi conseguiti nel 2019, quindi comporterà i primi effetti pratici nelle Dichiarazioni del 2020 (Redditi 2019).

Di conseguenza, per le dichiarazioni di quest’anno (730/Unico 2019 su redditi 2018) restano valide le regole di sempre, cioè il carico fiscale dei figli trova applicazione, per tutti, maggiori o minori di 24 anni, conviventi o meno coi genitori, fino alla soglia (lorda) di 2.840,51 euro annui.

Per quanto riguarda invece le spese sostenute a favore degli “altri familiari” il discorso cambia, fermo restando che la soglia di reddito entro la quale possono essere considerati fiscalmente a carico resta fissa a 2.840,51 euro.

Ora, come spiegano le istruzioni del 730, “alcuni oneri e spese (ad esempio le spese sanitarie, i premi di assicurazione, le spese per la frequenza di corsi di istruzione secondaria e universitaria, i contributi previdenziali e assistenziali) danno diritto alla detrazione o alla deduzione anche se sono stati sostenuti nell’interesse delle persone fiscalmente a carico. In questo caso, la detrazione o deduzione spetta anche se non si fruisce delle detrazioni per carichi di famiglia, che invece sono attribuite interamente ad un altro soggetto”.

Tale principio è appunto applicabile nel solo caso dei figli, nonostante le istruzioni dell’Agenzia parlino più genericamente di “persone fiscalmente a carico”. Difatti, per quanto riguarda i figli, nel prospetto dei “Familiari a carico”, oltre a indicare il codice fiscale e il numero dei mesi, è possibile indicare una percentuale di detrazione pari allo “zero per cento”.

Nel concreto il genitore A potrebbe, pur non godendo di fatto delle detrazioni per il figlio a carico (spettanti al 100% al genitore B), inserire lo “0%” come quota spettante di detrazione e ciò basterebbe a certificare la condizione del figlio come familiare a carico dando al tempo stesso la possibilità al genitore A di detrarre/dedurre determinate spese o oneri per lui/lei sostenuti.

Volendo semplificare ulteriormente: se il padre indica in dichiarazione il figlio a carico al 100%, la madre, indicando a carico lo stesso figlio, ma con la percentuale dello 0%, potrebbe comunque andare a detrarre certe spese per lui sostenute.

Di norma, ai fini della detrazione, il documento che certifica la spesa dovrebbe essere intestato al genitore che l’ha effettuata. Laddove, viceversa, il documento fosse intestato al figlio fiscalmente a carico, le spese

  • andrebbero suddivise tra i due genitori nella misura in cui sono state effettivamente sostenute,
  • oppure, qualora i genitori scegliessero di ripartire le spese in misura diversa dal 50 per cento, dovrebbero annotare la percentuale di ripartizione nel documento comprovante la spesa.

Viceversa, come accennavamo, le regole differiscono per gli altri familiari a carico, per i quali non c’è la possibilità di indicare la percentuale di detrazione dello 0% laddove un altro familiare ne godesse al 100%. L’unica alternativa è di ripartire in misura uguale la detrazione – 50 e 50 – tra i soggetti che ne hanno diritto.

Facciamo un esempio: marito e moglie che convivono con la madre della moglie. In tal caso potrebbero spartirsi in parti uguali la detrazione sui carichi familiari (vale a dire 50% alla moglie in riferimento alla madre e il restante 50% al marito in riferimento alla suocera), oppure la detrazione spetterebbe al 100% solo al marito (suocera interamente a carico) o alla moglie (madre interamente a carico).

In quest’ultimo caso, quindi, l’altro coniuge non potrebbe inserire lo 0% come quota spettante di carico familiare. Di conseguenza, nel caso in cui la suocera fosse al 100% a carico del marito, solo il marito potrebbe detrarsi le altre eventuali spese per lei sostenute (idem per la moglie se la madre fosse al 100% a suo carico). Viceversa, se la suocera/madre fosse a carico di entrambi i coniugi al 50%, tutti e due avrebbero la possibilità di portarsi in detrazione le spese per lei sostenute e regolarmente certificate.

Se è vero che lo sport fa bene, non è solo in senso fisico. Com’è noto, il Fisco riserva un beneficio ad hoc sull’iscrizione annuale dei bambini/ragazzi di età compresa fra i 5 e i 18 anni ad associazioni sportive, palestre, piscine ed altre strutture ed impianti destinati alla pratica sportiva dilettantistica. Per godere della detrazione è necessario che il requisito dell’età ricorra almeno per una sola parte del periodo d’imposta.

Ad esempio, con l’attuale dichiarazione 2019, di cui l’Agenzia delle Entrate ha già pubblicato i modelli 730 definitivi, è possibile detrarre tutte le spese sostenute lo scorso anno per i ragazzi che hanno compiuto 5 anni o che hanno avuto 18 anni per una parte, seppur minima, del 2018.

Le strutture sportive devono rispondere alle caratteristiche individuate dal decreto del 28 marzo 2007 emanato dal Ministero delle politiche giovanili, di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze. Si tratta quindi di:

  • società e associazioni dilettantistiche che nella propria denominazione sociale indicano la finalità sportiva e la ragione o denominazione sociale dilettantistica;
  • palestre, piscine e altre strutture e impianti sportivi destinati alla pratica sportiva dilettantistica, che esercitano pratica sportiva non professionale, agonistica e non agonistica, compresi gli impianti polisportivi gestiti da soggetti pubblici o privati, anche in forma di impresa, individuale o societaria, secondo le norme del codice civile.

Viceversa, come riporta il regolamento dell’Agenzia Entrate, la detrazione non spetta per le spese sostenute, ad esempio, per l’attività sportiva praticata presso:

  • le associazioni che non rientrano nella definizione di “sportiva dilettantistica”, quali quelle che non hanno ottenuto il riconoscimento del Coni o delle rispettive Federazioni sportive nazionali o enti di promozione sportiva;
  • le società di capitali di cui alla legge n. 91 del 1981 (sport professionistico);
  • le associazioni non sportive (ad esempio, associazioni culturali) che organizzano corsi di attività motoria non in palestra”.

In che misura si possono quindi detrarre le spese?

È questo un punto da chiarire bene. Lo sconto sull’imposta equivale al 19% su un importo non superiore a 210 euro “per ciascun ragazzo”. Per l’esattezza “detto importo (210 euro, ndr) – fa presente l’AdE – deve essere inteso quale limite massimo riferito alla spesa complessivamente sostenuta da entrambi i genitori per lo svolgimento della pratica sportiva dei figli”.

Spieghiamo allora: 210 euro sono la spesa massima, riferita al singolo figlio, su cui verrà calcolata la detrazione (in pratica quello che si può portare in detrazione, per ciascun ragazzo, saranno al massimo 40 euro, ovvero il 19% di 210 euro).

Altra cosa: i 210 euro a figlio valgono in ogni caso come soglia massima detraibile a prescindere da chi li abbia spesi, se un solo genitore o se entrambi, ma soprattutto a prescindere da quanto ciascun genitore abbia speso per quel dato figlio; insomma, oltre 210 euro a figlio non si può dichiarare.

I genitori, pertanto, che partecipano entrambi alle spese, dovranno ripartire tra di loro tale ammontare sul quale calcolare la detrazione in relazione all’onere da ciascuno sostenuto, secondo quanto risulta dal documento rilasciato dalla struttura sportiva”.

Infine, “se la spesa riguarda più di un ragazzo, occorre compilare più righi da E8 a E10 riportando in ognuno di essi il codice 16 e la spesa sostenuta con riferimento a ciascun ragazzo”.

Le spese devono poi essere certificate da bollettino bancario o postale, oppure da fattura, ricevuta o quietanza di pagamento rilasciata dalla struttura sportiva e recante l’indicazione:

  • della ditta, con denominazione o ragione sociale e sede legale, oppure, se persona fisica, il nome, cognome, la residenza e il codice fiscale dei soggetti che hanno reso la prestazione;
  • della causale del pagamento;
  • dell’attività sportiva esercitata;
  • dell’importo corrisposto per la prestazione resa;
  • dei dati anagrafici di chi pratica l’attività sportiva;
  • del codice fiscale di chi effettua il pagamento.

Anche in presenza di pagamenti effettuati nei confronti dei Comuni che abbiano stipulato apposite convenzioni con strutture sportive, al fine di beneficiare della detrazione è necessario che la spesa sostenuta sia certificata nei modi sopra indicati.

 

Una separazione o un divorzio portano con se numerose conseguenze nella vita dei coniugi e impattano anche nella presentazione del Modello 730.

 

Assegno di mantenimento del coniuge

Quando parliamo di “separazione” e a maggior ragione quando parliamo di divorzio ci riferiamo ad una separazione con effetti legali, che chiami in causa delle parti terze (avvocati e giudici) e non la semplice interruzione del rapporto matrimoniale e della convivenza fra coniugi.

Quando la separazione viene ad influire sul Modello 730?

La separazione influisce sulla compilazione del Modello 730 quando, per effetto di una sentenza giudiziale, uno dei due ex coniugi sia tenuto a versare all’altro un assegno di mantenimento.

In questo caso ai fini Irpef l’assegno potrà essere dedotto dalla dichiarazione 730 dal coniuge che lo eroga e dovrà invece essere dichiarato come reddito da dal coniuge che lo riceve.

In caso di separazione consensuale o giudiziale tra due coniugi il giudice può decidere che sussista l’obbligo da parte di uno dei coniugi di versare un assegno di mantenimento.

Tale obbligo sussiste nel caso in cui il coniuge non disponga di redditi propri. L’assegno di mantenimento può essere corrisposto con frequenza periodica o in un unica soluzione una tantum.

Come è possibile notare la disciplina legata alla elargizione dell’assegno di mantenimento del coniuge comporta per i coniugi due diverse opposte conseguenze ai fini fiscali:

  • il coniuge che corrisponde l’assegno con frequenza periodica avrà il diritto di poter dedurre dal proprio reddito imponibile l’importo corrisposto dal modello 730;
  • il coniuge invece beneficiario dell’assegno avrà l’obbligo di indicare nel Modello 730 la somma riscossa quale componente di reddito imponibile tra quelli assimilati a lavoro dipendente.

Possiamo quindi riassumere il tutto come:

La deducibilità ai fini Irpef dell’assegno di mantenimento al coniuge, applicabile anch’essa come altri benefici secondo il cosiddetto “principio di cassa” (cioè in relazione all’anno d’imposta in cui è avvenuto il versamento), è condizionata dal fatto che vi sia un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria e che l’erogazione abbia una cadenza periodica.

In altri casi non sarebbe ammissibile, ai fini della deduzione, un eventuale versamento una tantum scaturito da un accordo stragiudiziale tra le parti (in caso di separazione di fatto) o di un assegno unico divorzile, anche se frazionato in rate, che dunque non dovrebbe nemmeno essere dichiarato quale reddito assimilato dall’ex coniuge percipiente.

 

Assegno di mantenimento dei figli.

Passiamo ora ad esaminare le conseguenze per l’assegno di mantenimento dei filgli.

E’ possibile scaricare l’assegno di mantenimento dal Modello 730?

In questo caso la risposta è NO.

In questo caso l’importo per l’assegno di mantenimento dei filgli non è deducibile del 730 perchè l’assegno di mantenimento dei figli rientra tra la detrazioni dei familiari a carico.

Col “passaggio” di proprietà dell’immobile ristrutturato tramite vendita o successione, il trasferimento o mantenimento delle quote residue di detrazione non ancora godute per gli interventi edilizi sono comunque due soluzioni ammissibili. Ovviamente i due casi vanno ben distinti. Cominciamo dalla cessione a titolo oneroso. Per chi vende un immobile ristrutturato, la possibilità o meno di continuare a godere delle eventuali quote residue di detrazione al 50% dipende dagli accordi che sono stati presi con la parte acquirente al momento del rogito notarile. Va premesso che la gestione del bonus sulle ristrutturazioni ha subìto una modifica sostanziale con l’entrata in vigore del Dl 201/2011, il famoso decreto “Salva Italia” dell’allora Governo Monti. Fino al 31 dicembre 2011, infatti, era previsto che le rate non ancora godute della detrazione restassero in capo esclusivamente al soggetto venditore, che avendo sostenuto le spese aveva anche diritto a detrarsele nonostante la cessione del fabbricato.

Viceversa, a partire dal 1° gennaio 2012, l’ottavo comma dell’articolo 4 del Dl 201/2011 ha disposto che “in caso di vendita dell’unità immobiliare sulla quale sono stati realizzati gli interventi di ristrutturazione, la detrazione non utilizzata in tutto o in parte dal soggetto cedente è trasferita per i rimanenti periodi di imposta, salvo diverso accordo delle parti, al soggetto acquirente (persona fisica) della stessa unità immobiliare”. Di conseguenza, qualora nell’atto di vendita fosse specificata, previo accordo con l’acquirente, la volontà da parte del cedente di continuare a godere delle quote di detrazione non ancora applicate, il beneficio continuerà a essergli accordato; se invece al momento della vendita non sarà siglato nessun accordo, e quindi non verrà indicato nulla sull’atto di cessione, la detrazione restante verrà trasferita automaticamente all’acquirente. In alternativa, laddove sul rogito non fosse specificato alcunché, si potrebbe ovviare con una scrittura privata ove si dia conto dell’accordo fra le parti di lasciare le quote restanti di bonus appannaggio del venditore.

C’è però una sorta di “zona grigia”, quando si parla di cessione di fabbricati ristrutturati, che manda spesso in crisi non solo i contribuenti ma gli stessi intermediari fiscali, nel momento in cui si tratta di stabilire a chi spettino o meno le ultime rate della detrazione. È il “caso-rebus” di quegli immobili posseduti da più titolari – quindi con quote di possesso suddivise fra più soggetti – dove però a vendere la propria quota individuale è solo uno di questi possessori, o comunque dove vendono alcuni ma non tutti. Domanda: in questi casi come si risolve la faccenda della cessione del bonus? A rispondere è stata l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 24/E del 2009, dove veniva detto a chiare lettere che ai fini del trasferimento delle quote non godute del bonus edile, è necessario che il soggetto acquirente diventi possessore in blocco dell’immobile e non solo di una sua parte.

Detto altrimenti: affinché vi siano le condizioni per poter cedere le rate di detrazione non ancora godute, occorre che si verifichi una situazione nella quale chi acquista diventi unico possessore dell’abitazione, altrimenti il venditore resterà comunque titolare della detrazione residua. Ipotizzando allora un caso analogo a quello analizzato nella risoluzione 24/E/2009, dove il possessore del 50% dell’immobile voleva cederlo alla consorte, titolare dell’altro 50%, la cessione del bonus sarebbe ammessa, appunto perché il soggetto acquirente, già titolare di metà dell’immobile, dopo l’acquisto figurerebbe titolare al 100%; diversamente qualora vi fossero due titolari al 50% di una casa, e solo uno dei due volesse cedere la sua quota del 50 a un soggetto terzo, ecco che la cessione del bonus non sarebbe ammessa, perché il soggetto terzo sarebbe possessore solo di quel 50%.

Vi sono infine i casi di trasferimento per via ereditaria, che ovviamente, a differenza delle normali compravendite a titolo oneroso, non coinvolgono un acquirente vero e proprio bensì gli eredi del defunto. Ora, nel caso di successione di una casa ristrutturata, le eventuali quote residue di detrazione non godute in vita dal de cuius si trasmettono per intero ad un solo erede oppure a più eredi che conservino la detenzione materiale e diretta dell’immobile (in buona sostanza a coloro i quali ne possano disporre a proprio piacimento quando e come lo desiderino, a prescindere dal fatto che abbiano adibito l’immobile a propria abitazione).

A tal riguardo, però, vanno distinte diverse casistiche. Se ad esempio l’immobile fosse locato, la detrazione non spetterebbe a nessuno, in quanto l’erede o gli eredi non ne potrebbero disporre a proprio piacimento. Nel caso invece fossero presenti più eredi e l’immobile fosse a disposizione, cioè vuoto, il beneficio sarebbe trasferito in parti uguali agli eredi. La terza casistica è una delle più frequenti: presenza di più eredi, ma contemporaneamente al coniuge superstite. Nella fattispecie sarebbe il coniuge superstite, in quanto detentore del diritto d’abitazione nell’ex casa coniugale, l’unico ad aver diritto alla detrazione. Viceversa, quarta ed ultima casistica, qualora il coniuge superstite rinunciasse all’eredità, pur mantenendo il diritto d’abitazione, non solo non potrebbe fruire delle quote residue di detrazione, ma qualora fossero presenti altri eredi (ad esempio i figli), neppure questi potrebbero beneficiare delle quote residue dal momento che non sarebbero nelle condizioni di godere della detenzione materiale dell’immobile.

Il bonus da 80 euro non è precluso ai lavoratori domestici: per questi ultimi, di fatto, cambia solo il modo in cui viene esplicata l’attribuzione del credito. Di solito è il datore di lavoro – quand’esso è facente funzione di sostituto d’imposta – ad attribuire direttamente gli 80 euro al dipendente nella busta paga di fine mese. In ogni caso, anche laddove il datore di lavoro omettesse erroneamente l’attribuzione del bonus in busta paga, il dipendente potrebbe comunque recuperarlo attraverso la prima dichiarazione dei redditi utile.

Lo stesso procedimento può essere appunto adottato coi lavoratori domestici, a meno che essi non siano già forniti, oltre alla famiglia o alle famiglie per le quali prestano i loro servizi, di un datore di lavoro che sia anche sostituto d’imposta. In tal caso, presentando un normale modello 730, sarà quest’ultimo sostituto a conguagliare gli 80 euro sulla paga del lavoratore, altrimenti, per chi svolge più o meno stabilmente lavori a domicilio, dalle colf a ore ai badanti che dimorano con gli anziani che accudiscono, l’unica strada possibile sarà quella del recupero tramite il 730 senza sostituto d’imposta. Oltretutto per queste persone vi è la certezza assoluta dell’obbligo dichiarativo, non essendo appunto le famiglie private dei datori di lavori tenuti a effettuare le ritenute fiscali sullo stipendio mensile.

Dev’essere chiaro, però, che gli 80 euro cui si ha diritto sono di fatto una detrazione sulla detrazione, cioè una maggiorazione della già esistente detrazione applicata al reddito da lavoro dipendente. Ne consegue che chi sta sotto gli 8.000 euro all’anno, non pagando già di suo l’Irpef (in quanto la detrazione fino a una soglia di 8.000 euro abbatte strutturalmente l’imposta), è automaticamente escluso dal diritto degli 80 euro.

Ora, come già abbiamo detto, le detrazioni sul lavoro dipendente vengono applicate in busta paga dal datore di lavoro facente funzione di sostituto d’imposta, che di conseguenza applicherà anche il credito da 80 euro; viceversa, in assenza di un datore di lavoro che svolga al tempo stesso la funzione di sostituto, il lavoratore, pur nel pieno diritto di ricevere il bonus, non potrà far altro che aspettare la dichiarazione dei redditi.

È appunto il caso delle persone che svolgono servizi domestici, i cui datori di lavoro, non rivestendo la qualifica di sostituto d’imposta e non effettuando le ritenute fiscali, non possono nemmeno effettuare le operazioni di conguaglio risultanti dal modello 730 del lavoratore. Inoltre tali datori di lavoro non sono tenuti a rilasciare la Certificazione Unica vera e propria, ma ai sensi dell’articolo 33 comma 4 del Contratto Collettivo Nazionale sono comunque tenuti a rilasciare un’attestazione da cui risulti l’ammontare complessivo delle somme erogate nell’anno.

In conclusione il lavoratore domestico, munito dell’attestazione reddituale rilasciata dal familiare che l’ha regolarmente assunto, dovrà indicare il proprio reddito annuo nel quadro C – sezione I del modello 730. Per l’esattezza:

  • nella colonna 1 si dovrà indicare il codice 2 in quanto il reddito percepito è da lavoro dipendente;
  • nella colonna 2 si dovrà indicare se il rapporto di lavoro è a tempo indeterminato (codice 1) o a tempo determinato (codice 2); tale informazione si evince dalla lettera di assunzione o dall’attestazione annuale dei redditi;
  • nella colonna 3 si dovrà indicare il reddito percepito nell’anno di riferimento, al netto dei contributi a carico del lavoratore domestico già versati dal datore di lavoro;
  • nella prima colonna del rigo C5 andranno infine indicati i giorni di lavoro dipendente prestati nell’anno, che dovranno essere rinvenibili dall’attestazione annuale dei redditi ai fini di un corretto calcolo delle detrazioni da lavoro dipendente.