Spese mediche e veterinarie fanno capo allo scontrino parlante. Nella recente Risoluzione 24/E del 27 febbraio 2017, l’Agenzia delle Entrate, in risposta a un paio di quesiti sulla detraibilità degli oneri sostenuti per le cure degli animali da compagnia, ha detto chiaramente che lo scontrino parlante – se si parla appunto di spese per farmaci veterinari – è l’unico documento che realmente serve. Detto questo, che sia uno scontrino emesso per un farmaco destinato a un animale piuttosto che a un umano, la sostanza non cambia, nel senso che lo scontrino è sempre lo stesso: dovrà cioè “riportare, oltre al codice fiscale del soggetto destinatario, anche la natura e la quantità dei medicinali acquistati.

In particolare, per quanto concerne la natura di farmaco, questa è attestata dal codice di autorizzazione in commercio del farmaco stesso”. La cosa che invece cambia rispetto alle normali spese mediche è la possibilità di portare in detrazione l’onere anche senza aver conservato la prescrizione medica: “Per le spese sostenute per l’acquisto di farmaci veterinari – scrive appunto l’Agenzia – non è più necessaria la prescrizione medica ma solamente lo scontrino parlante”.

Non conta nemmeno dove si è effettuato l’acquisto. “Non rileva – prosegue la Risoluzione – il luogo dove sono stati acquistati detti medicinali; infatti, i farmaci certificati da scontrino parlante sono detraibili anche se venduti da strutture diverse dalle farmacie, purché a ciò autorizzate dal ministero della salute (come per la vendita di farmaci generici nei supermercati)”.

In sostanza, sta dicendo l’amministrazione, il farmaco è farmaco, a prescindere da chi lo vende. Quanto ai farmaci in sé, è bene ricordare che non tutto quello che si acquista (e che si crede possa rientrare nel raggio della detrazione) sarà poi detraibile. A questo proposito la Risoluzione delle Entrate chiama in causa i tanto discussi integratori alimentari, per i quali, sia nel caso degli umani che nel caso degli animali (per questi ultimi si parla in genere di “mangimi”), la detrazione non sarà mai applicabile, visto che la legge non considera gli integratori/mangimi – anche se assunti per finalità terapeutiche o di benessere fisico – dei medicinali veri e propri, essendo questi “prodotti appartenenti all’area alimentare”. Quindi, a meno di non modificare la normativa e di renderla più malleabile, gli integratori o mangimi non potranno mai essere ammessi in detrazione.

Al di là, poi, di queste indicazioni specifiche, la Risoluzione traccia anche un sunto sulla detraibilità in genere delle spese veterinarie. Con quelle mediche, anche le veterinarie condividono la franchigia “in entrata” dei 129,11 euro, ma a differenza delle prime hanno un tetto limite che blocca il beneficio al di sopra dei 387,34 euro. In sostanza si può detrarre il 19% della quota di spesa eventualmente superiore a 129 euro, restando però nei limiti dei 387 (soglia in vigore ad oggi che in futuro potrebbe anche innalzarsi o abbassarsi). Una spesa annua, cioè, di 128 euro non sarebbe detraibile proprio perché inferiore alla franchigia, come anche non sarebbe detraibile tutto ciò che eccede i 387 euro in una spesa, ad esempio, di 500.

Oltretutto, altro aspetto di non poco conto, considerando che sono molte le famiglie con più di un animale domestico, la soglia di spesa massima pari a 387 euro (tolta ovviamente la franchigia) è cumulativa, e non specifica per ogni singolo animale. In sostanza, a prescindere dalla quantità degli animali presenti, la detrazione resta sempre calcolabile entro quei valori numerici che abbiamo detto. Di conseguenza, quello che al massimo potrà essere detratto sarà un importo di 49 euro, ovvero il 19% di 258,23 euro, quota di spesa eccedente la franchigia di 129 euro, ma non superiore al tetto dei 387.

Vediamo ora con precisione di quali spese si parla. La possibilità di portarle in detrazione, scrive l’Agenzia, “è limitata alle sole spese veterinarie sostenute per la cura di animali legalmente detenuti a scopo di compagnia o per la pratica sportiva, mentre non sono detraibili le spese per la cura di animali destinati all’allevamento, alla riproduzione o al consumo alimentare e di animali di qualunque specie allevati o detenuti nell’esercizio di attività commerciali o agricole, né in relazione ad animali utilizzati per attività illecite”.

Nello specifico, quindi, sono ammesse “le prestazioni professionali rese dal veterinario, l’acquisto di medicinali veterinari prescritti dal veterinario e le spese per analisi di laboratorio e interventi presso cliniche veterinarie. In particolare (…) si ritiene che, con riferimento alla detraibilità delle spese sostenute per medicinali veterinari non sia più necessario conservare la prescrizione del medico veterinario, ma sia sufficiente lo scontrino parlante”.

Se la dichiarazione è stata trasmessa sbagliata, c’è tempo e modo di recuperare. Sappiamo che dal 2 maggio è scattata la possibilità di metter mano, concretamente, alle dichiarazioni precompilate 2018 rese disponibili sul sito dell’Agenzia delle Entrate a partire dal 16 aprile. E infatti sono già molti i contribuenti che, rivoltisi al CAF per l’elaborazione e l’invio dei modelli 730, si sono poi accorti di aver comunicato valori di spesa non corretti, oppure di essersi dimenticati di presentare la documentazione relativa a oneri per cui sarebbe spettata una detrazione o una deduzione.

Ma niente paura, perché in casi come questi scatta il piano B. L’intermediario fiscale, infatti, a partire dal 28 maggio e fino al 20 giugno, potrà chiedere anzitutto l’annullamento della dichiarazione trasmessa, e subito dopo potrà inviarne una nuova debitamente corretta. In pratica all’Agenzia risulterà l’invio di un solo modello (l’ultimo trasmesso) mentre del primo annullato non resterà alcuna traccia, come se non fosse mai esistito.

Passata poi la data del 20 giugno, sarà comunque possibile correggere la dichiarazione precedentemente inviata (a quel punto non più annullabile) presentando un modello 730 integrativo entro il 25 ottobre (ma solo nel caso in cui si tratti di una dichiarazione a favore del contribuente). L’alternativa sarà trasmettere un modello Redditi correttivo nei termini entro il 31 ottobre, oppure un Redditi integrativo a partire dal 1° novembre 2018.

Ma vediamo come procedere con le precompilate, che gli intermediari fiscali – CAF e commercialisti – hanno comunque la possibilità di scaricare dal sito dell’Agenzia, previa delega del contribuente. Confermare un modello precompilata significa rispedirlo così com’è al mittente, cioè all’Agenzia, senza apporre nessuna modifica. Qualora invece qualcosa non andasse, le soluzioni potrebbero essere due: o modificare i dati già precompilati, perché inesatti, oppure integrare eventuali dati mancanti, perché non inseriti dall’Agenzia. Ovviamente nulla vieta, ove necessario, la modifica e al tempo stesso l’integrazione, per aggiungere dati mancanti e sostituirne al tempo stesso altri non corretti.

Ora, se il cittadino decide di modificare e inviare la dichiarazione autonomamente, se ne assume tutta la responsabilità. Viceversa, nel momento in cui si interpella l’intermediario fiscale, l’intermediario stesso prenderà in esame tutta la documentazione, dopodiché apporrà il cosiddetto “visto di conformità”, sciogliendo così il cittadino da qualunque responsabilità. L’apposizione del “visto”, quindi, pur restando una questione tecnica di poco interesse per il contribuente, è in realtà l’architrave sul quale poggiano la maggior garanzia e la maggior tutela che si hanno nel caso in cui si decida di rivolgersi al CAF.

Col “visto”, in pratica, il CAF garantisce a nome del contribuente la bontà e la liceità di quanto dichiarato all’interno del modello. L’unica cosa, però, di cui gli intermediari non possono rispondere è l’eventuale comportamento doloso da parte del cittadino. Detto altrimenti, in caso di dichiarazione infedele, se l’errore fosse addebitabile alla sola negligenza del CAF, quest’ultimo si farebbe carico sia della maggiore imposta non versata che delle sanzioni più gli interessi (il cittadino quindi non pagherebbe nulla). Viceversa, se fosse provato il dolo, il contribuente sarebbe chiamato a rispondere in prima persona versando sia la maggiore imposta, che le sanzioni più gli interessi.

Anche quest’anno si amplia rispetto al passato il menu dei dati precompilati dall’Agenzia delle Entrate. Se ricorderete, l’anno di debutto del modello precompilato i contribuenti vi avevano trovato solo poche voci: i redditi dei terreni e dei fabbricati, quelli da lavoro dipendente e pensione, più gli interessi sui mutui e i contributi previdenziali-assistenziali. Dopodiché il ventaglio si è andato via via allargando, includendo ad esempio le spese d’istruzione, le spese funebri, le spese veterinarie, i premi di assicurazioni sulla vita e ovviamente tutto il ricco comparto delle spese mediche, ivi compresi (dallo scorso anno) i farmaci da banco, le spese per gli psicologi, le spese ottiche (occhiali, lenti a contatto ecc).

Inoltre, fra le altre somme che nel 2017 hanno fatto il loro ingresso nella dichiarazione precompilata, vi sono state anche quelle comunicate all’amministrazione finanziaria dagli amministratori di condominio relativamente agli interventi di recupero del patrimonio edilizio e di riqualificazione energetica effettuati sulle parti comuni degli edifici.

Dal 2018, invece, entrano come dati precompilati le spese per gli asili nido e tutte le donazioni ad Onlus, associazioni di promozione sociale, fondazioni e ulteriori associazioni. Al tempo stesso, però, resta da evidenziare l’assenza di tutta un’altra serie di informazioni come le spese di affitto generalmente intese oltre a quelle, specificatamente, sostenute dagli inquilini o dagli studenti fuori sede. Mancheranno inoltre anche le spese per le attività sportive dei ragazzi.

Pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale 64/2018 i massimali di spesa detraibili in riferimento ai corsi di laurea e post-laurea frequentati nel 2017 nelle università “non statali”. Si tratta in sostanza delle stesse soglie già valide lo scorso anno in riferimento alle spese sostenute nel 2016 (dichiarazioni 2017). Come si ricorderà, secondo quanto disposto dalla riforma renziana della “buona scuola” (Legge 107/2015), la nuova detrazione del 19% sulle spese d’istruzione è stata incanalata su un doppio binario: da una parte ci sono infatti le spese per l’università (statali e non), dall’altra quelle per le scuole primarie e secondarie.

Una delle novità sostanziali va riscontrata nell’uniformità della detrazione che cancella, in riferimento alle sole scuole dell’infanzia, del primo ciclo di istruzione e delle scuole secondarie di secondo grado, il vecchio discrimine fra istituti statali e parificati (privati). Difatti, secondo il vecchio regime agevolativo, la detrazione sui contributi pagati alle scuole parificate era ammessa entro il limite di quelli pagati alle scuole statali (principio, questo, che è rimasto in vigore per l’istruzione universitaria).

Oggi invece, a prescindere da quale sia il livello d’istruzione ricevuta (non importa se infantile, primaria o secondaria) e dall’istituto frequentato (non importa se privato o statale), il nuovo regolamento fiscale introduce comunque un tetto massimo di spesa detraibile uniforme per ciascun alunno (per le spese sostenute nel 2017 la soglia è pari a 717 euro annui) sul quale verrà appunto applicata la detrazione del 19%, con un risparmio sull’imposta lorda che nel migliore dei casi ammonterà a 136 euro (cioè il 19% di 717).

Venendo invece alle spese universitarie, il discrimine fra atenei statali e privati viene mantenuto. Anche qui, però, c’è un elemento che cambia rispetto al regime precedente: viene cioè a decadere il requisito dell’affinità tra lo specifico corso di laurea frequentato nell’ateneo privato e quello invece tenuto nell’ateneo statale più vicino.

Fino alle dichiarazioni 2015, infatti, la detrazione riconosciuta agli studenti iscritti nelle facoltà di atenei privati è stata applicata prendendo come riferimento le tasse versate nell’università pubblica più vicina che prevedesse, appunto, un analogo corso di studi. Quindi chi, frequentando un’università privata, avesse voluto detrarre le spese di studio, avrebbe dovuto informarsi sulle tasse effettivamente pagate nell’università statale più vicina ed affine.

L’assetto invece predisposto dalla riforma del Governo Renzi ha eliminato tale vincolo di affinità stabilendo a priori – per ciascuna facoltà non statale – un tetto massimo di spesa detraibile considerando comunque le tasse e i contributi mediamente versati negli atenei statali. Le spese, quindi, sostenute nelle università private, sono detraibili “in misura non superiore a quella stabilita annualmente per ciascuna facoltà universitaria con decreto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca tenendo conto degli importi medi delle tasse e dei contributi dovuti alle università statali”. Ne consegue allora che le spese sostenute per la frequenza di università statali sono comunque detraibili per l’intero importo corrisposto, nella misura del 19%.

Come anticipato, allora, nella GU 64/2018 il MIUR ha confermato in riferimento all’anno 2017 le stesse soglie di spesa detraibili già valide per il 2016 laddove si sia frequenta un’università “non statale”. Da precisare che tali soglie sono diversificate in relazione all’area disciplinare in cui si colloca il corso specifico (area Medica, Sanitaria, Umanistico-Sociale, Tecnico-scientifica) e alla zona geografica in cui ha sede l’Ateneo (Nord, Centro o Sud-Isole). Volendo quindi fare un esempio, per le facoltà Umanistico-sociali situate al Nord il massimale detraibile nella misura del 19% è pari a 2.800 euro, mentre scende a 2.300 euro per le facoltà del Centro, fino ad arrivare a 1.500 euro per quelle del Sud e delle isole.

Da Mercoledì 2 Maggio 2018 i modelli messi online dall’Agenzia dell’Entrate in data 16 Aprile possono essere modificati e trasmessi al Ministero.

Per accedere alla tua precompilata dovrai essere in possesso delle credenziali Fisconline, della CNS o avere lo Spid… tutte procedure complesse che rendono difficile anche solo l’accesso al tuo portale riservato.

Inoltre, una volta avuto l’accesso, dovrai verificare la correttezza delle informazioni e rettificare eventuali errori assumendoti tutta la responsabilità delle tue dichiarazioni

SEI SICURO CHE SIA LA STRADA PIU’ SEMPLICE??

Ogni anno fare il 730 provoca stress e insicurezza in molti contribuenti; se anche tu hai paura di sbagliare, QUEST’ANNO PUOI “PERCORRERE” UNA STRADA ALTERNATIVA.

Fai la dichiarazione dei redditi con il nuovo 730 ONLINE di CAF ACLI.

 

730 ONLINE by CAF ACLI: SICURO e GARANTITO.

Fare la dichiarazione dei redditi utilizzando il modello precompilato comporta prima di tutto l’assunzione del rischio nel caso in cui fossero commessi errori.

Invece la nuova piattaforma sviluppata da CAF ACLI ti permette di fare la dichiarazione dei redditi in modo SICURO e GARANTITO perché, pur trattandosi di una soluzione online, non sei MAI solo.

Registrandoti al nostro nuovo servizio infatti avrai:

  • CONSULENTE FISCALE DEDICATO: proprio come allo sportello un consulente prenderà in carico la tua pratica dall’inizio alla fine, completando per te il modello 730 e rispondendo ad ogni tuo dubbio;
  • ZERO RISCHI E RESPONSABILITA’: CAF ACLI non ti chiede di verificare i dati ma soltanto di inviare tutti i documenti, saranno gli esperti fiscali a compilare il 730 sciogliendoti così da qualunque responsabilità.

 

Una soluzione FACILE da utilizzare, anche se la tecnologia “non fa per te”.

La semplicità di registrazione e di utilizzo è un altro importante vantaggio di cui puoi usufruire quando scegli di fare il 730 online con CAF ACLI.

Per fare la dichiarazione dei redditi ti basterà fotografare i documenti utili che rientrano nell’elenco delle spese detraibili e caricarli nella tua Area Riservata.

In questo modo puoi creare il tuo archivio digitale: in pratica non corri più il rischio di perdere documenti importanti e puoi dire per sempre addio alle cartelline piene di fatture e scontrini che occupano il tavolo.

Per qualsiasi domanda o dubbio puoi utilizzare la chat interna e confrontarti direttamente con l’operatore fiscale che, immediatamente, risponderà alle tue richieste fornendoti il supporto adeguato.

 

Come fare il 730 ONLINE: te lo spiego in quattro semplici passaggi.

Fare il 730 online con il nuovo servizio di CAF ACLI è davvero semplice: sono sufficienti soltanto quattro passaggi da fare in pochi minuti.

# 1 REGISTRATI.

Per iniziare ad utilizzare la nuova piattaforma di CAF ACLI devi prima di tutto registrarti e per farlo hai bisogno: del tuo cellulare, della tua carta di credito e del tuo documento di identità.

Dopo aver inserito tutte le informazioni richieste, per completare la procedura di registrazione è necessario pagare € 1.

Una volta effettuata la tua registrazione al 730 online di CAF ACLI sarà valida per sempre!

 

# 2 APRI LA TUA PRATICA.

Per aprire la pratica ed iniziare a fare il 730 online è necessario avere a portata di mano uno smartphone, un tablet oppure un pc; ti verrà richiesto di selezionare l’anno fiscale di tuo interesse e di caricare la precedente dichiarazione oltre ai documenti relativi alle spese detraibili o deducibili.

 

# 3 CONSEGNA I TUOI DOCUMENTI.

Consegnare i documenti utili alla propria dichiarazione senza spostarsi da casa è l’aspetto rivoluzionario del nostro nuovo servizio.

Ti basterà fotografarli con il cellulare oppure caricare i file che hai sul tuo pc: per qualsiasi dubbio contatta, utilizzando la chat interna, il tuo esperto fiscale dedicato oppure consulta la lista dei DOCUMENTI UTILI che abbiamo realizzato per aiutarti.

 

# 4 CONFERMA E PAGA.

Dopo aver caricato tutti i documenti, il nostro esperto fiscale elaborerà la tua pratica e al termine della procedura ti verrà inviato il modello elaborato da visionare.

Soltanto una volta visionata e confermata la bozza ti verrà richiesto il pagamento del servizio al costo fisso di 38€.

 

QUEST’ANNO FAI LA DICHIARAZIONE DEI REDDITI ONLINE

SENZA RISCHI CON CAF ACLI!

 

REGISTRATI ORA

Gli oneri o le spese sostenuti per i figli a carico possono essere detratti/dedotti da entrambi genitori, o anche da un solo genitore, indipendentemente da quanto è stato dichiarato nel quadro dei familiari a carico. Diverso è per le spese sostenute per gli “altri familiari” fiscalmente a carico. Come spiegano le istruzioni del 730, “alcuni oneri e spese (ad esempio le spese sanitarie, i premi di assicurazione, le spese per la frequenza di corsi di istruzione secondaria e universitaria, i contributi previdenziali e assistenziali) danno diritto alla detrazione o alla deduzione anche se sono stati sostenuti nell’interesse delle persone fiscalmente a carico. In questo caso, la detrazione o deduzione spetta anche se non si fruisce delle detrazioni per carichi di famiglia, che invece sono attribuite interamente ad un altro soggetto”.

Tale principio è appunto applicabile nel (solo) caso dei figli, nonostante le istruzioni dell’Agenzia parlino più genericamente di “persone fiscalmente a carico”. Difatti, per quanto riguarda i figli, nel prospetto dei “Familiari a carico”, oltre a indicare il codice fiscale e il numero dei mesi, è possibile indicare una percentuale di detrazione pari allo “zero per cento”. Nel concreto il genitore A potrebbe, pur non godendo di fatto delle detrazioni per il figlio a carico (spettanti al 100% al genitore B), inserire lo “0%” come quota spettante di detrazione. Ciò basterebbe a certificare la condizione del figlio come familiare a carico, e darebbe al tempo stesso la possibilità al genitore A di detrarre/dedurre determinate spese o oneri per lui sostenuti.

Volendo semplificare ulteriormente: se il padre ha il figlio a carico al 100%, la madre, indicando a carico lo stesso figlio con la percentuale dello 0%, potrebbe comunque andare a detrarre le spese per lui sostenute. Di norma, ai fini della detrazione, il documento che certifica la spesa dovrebbe essere intestato al genitore che l’ha effettuata. Laddove, viceversa, il documento fosse intestato al figlio fiscalmente a carico, le spese:

  • andrebbero suddivise tra i due genitori nella misura in cui sono state effettivamente sostenute,
  • oppure, qualora i genitori scegliessero di ripartire le spese in misura diversa dal 50 per cento, dovrebbero annotare la percentuale di ripartizione nel documento comprovante la spesa.

Il discorso cambia invece per gli altri familiari a carico, per i quali non c’è la possibilità di indicare la percentuale dello 0%. Difatti, se il beneficio spetta per intero, va indicata la percentuale del 100%, altrimenti, unica alternativa, va ripartita in misura uguale – 50 e 50 – tra i soggetti che ne hanno diritto. Facciamo un esempio: marito e moglie che convivono con la madre della moglie. In tal caso potrebbero spartirsi in parti uguali la detrazione sui carichi familiari (vale a dire 50% alla moglie in riferimento alla madre e il restante 50% al marito in riferimento alla suocera), oppure la detrazione spetterebbe al 100% al marito (suocera interamente a carico) o alla moglie (madre interamente a carico).

In quest’ultimo caso, quindi, l’altro coniuge non potrebbe inserire lo 0% come quota spettante di carico familiare. Di conseguenza, nel caso la suocera fosse al 100% a carico del marito, solo il marito potrebbe detrarsi le altre eventuali spese per lei sostenute (idem per la moglie se la madre fosse al 100% a suo carico). Viceversa, se la suocera/madre fosse a carico di entrambi i coniugi al 50%, tutti e due avrebbero la possibilità di portarsi in detrazione le spese per lei sostenute e regolarmente certificate.

Anche per le unioni civili siglate fra persone dello stesso sesso si aprono le porte della dichiarazione congiunta. Difatti, a seguito del provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del marzo dello scorso anno le istruzioni del 730 sono state modificate con l’aggiunta della seguente frase: “In base a quanto stabilito dall’art. 1, comma 20, della legge n. 76 del 2016, le parole ‘coniuge’, ‘coniugi’ o termini equivalenti si intendono riferiti anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”. Tale aggiunta non è stata altro che un recepimento, da parte dell’amministrazione finanziaria, delle disposizioni introdotte con la cosiddetta Legge Cirinnà n. 76/2016 che ha di fatto regolamentato, equiparandole alla forma del matrimonio (quindi con eguali diritti/doveri per i contraenti), le unioni civili fra persone dello stesso sesso.

L’equiparazione, inevitabilmente, finisce per avere degli effetti pratici anche sul piano fiscale, essendo estese ai componenti dell’unione civile le medesime agevolazioni tributarie che sarebbero godute dal coniuge sposato con rito civile o religioso. Fra queste ci sono ad esempio le detrazioni sui familiari a carico, oppure la possibilità di portarsi in detrazione alcune tipologie di spesa effettuate da o per il coniuge a carico. E ovviamente c’è anche la possibilità di fare la dichiarazione in forma congiunta, il cui principale vantaggio è il pagamento/rimborso delle imposte direttamente nella busta paga o nella pensione del dichiarante. In termini pratici, intendendosi per “coniuge” o “coniugi” anche gli uomini e le donne facenti parte di un’unione civile, per fare il 730 congiunto sarà necessario:

1. che almeno uno dei due coniugi/uniti civilmente non sia esonerato dalla presentazione della dichiarazione;
2. che i contribuenti redigano il modello 730 perché in possesso – unicamente – di redditi dichiarabili nel 730.

Sarà inoltre necessario che:

1. il dichiarante (cioè chi effettua il conguaglio) indichi nella propria area riservata il codice fiscale del coniuge/unito civilmente;
2. il congiunto esprima il consenso alla presentazione del 730 indicando, nella propria area, il codice fiscale dell’altro soggetto;
3. il prospetto di liquidazione presente nell’area riservata del dichiarante contenga i dati di entrambi i coniugi/uniti civilmente e un solo risultato (attenzione: una volta che i 730 sono congiunti, il dichiarante non può più modificare la propria dichiarazione).

A scanso di equivoci è bene specificare che le stesse regole non possono applicarsi alle normali convivenze more uxorio. La convivenza di fatto, in tal senso, non viene equiparata (e mai potrebbe esserlo) al matrimonio uomo-donna (sia esso contratto in forma civile o religiosa) o all’unione civile fra componenti dello stesso sesso. Possono sì verificarsi delle situazioni – come prevede la stessa legge Cirinnà – in cui il convivente venga a godere di certi diritti regolamentati, ma l’equiparazione tout court della convivenza, sia pure di lunga data, a una vera e propria unione civile/religiosa sarebbe ben altra cosa. In pratica i conviventi more uxorio, a meno che non decidano di sposarsi civilmente o religiosamente, restano comunque fuori dalla possibilità di presentare la dichiarazione in forma congiunta. Si ricorda altresì che non è possibile fare il 730 congiunto se lo si presenta per conto di incapaci (minori compresi) o in caso di decesso di uno dei due coniugi/uniti civilmente prima della data di consegna della dichiarazione dei redditi.

Il bonus da 80 euro non è precluso ai lavoratori domestici: per questi ultimi, di fatto, cambia solo il modo in cui viene esplicata l’attribuzione del credito. Di solito è il datore di lavoro – quand’esso è facente funzione di sostituto d’imposta – ad attribuire direttamente gli 80 euro al dipendente nella busta paga di fine mese. In ogni caso, anche laddove il datore di lavoro omettesse erroneamente l’attribuzione del bonus in busta paga, il dipendente potrebbe comunque recuperarlo attraverso la prima dichiarazione dei redditi utile.

Lo stesso procedimento può essere appunto adottato coi lavoratori domestici, a meno che essi non siano già forniti, oltre alla famiglia o alle famiglie per le quali prestano i loro servizi, di un datore di lavoro che sia anche sostituto d’imposta. In tal caso, presentando un normale modello 730, sarà quest’ultimo sostituto a conguagliare gli 80 euro sulla paga del lavoratore, altrimenti, per chi svolge più o meno stabilmente lavori a domicilio, dalle colf a ore ai badanti che dimorano con gli anziani che accudiscono, l’unica strada possibile sarà quella del recupero tramite il 730 senza sostituto d’imposta. Oltretutto per queste persone vi è la certezza assoluta dell’obbligo dichiarativo, non essendo appunto le famiglie private dei datori di lavori tenuti a effettuare le ritenute fiscali sullo stipendio mensile.

Dev’essere chiaro, però, che gli 80 euro cui si ha diritto sono di fatto una detrazione sulla detrazione, cioè una maggiorazione della già esistente detrazione applicata al reddito da lavoro dipendente. Ne consegue che chi sta sotto gli 8.000 euro all’anno, non pagando già di suo l’Irpef (in quanto la detrazione fino a una soglia di 8.000 euro abbatte strutturalmente l’imposta), è automaticamente escluso dal diritto degli 80 euro.

Ora, come già abbiamo detto, le detrazioni sul lavoro dipendente vengono applicate in busta paga dal datore di lavoro facente funzione di sostituto d’imposta, che di conseguenza applicherà anche il credito da 80 euro; viceversa, in assenza di un datore di lavoro che svolga al tempo stesso la funzione di sostituto, il lavoratore, pur nel pieno diritto di ricevere il bonus, non potrà far altro che aspettare la dichiarazione dei redditi.

È appunto il caso delle persone che svolgono servizi domestici, i cui datori di lavoro, non rivestendo la qualifica di sostituto d’imposta e non effettuando le ritenute fiscali, non possono nemmeno effettuare le operazioni di conguaglio risultanti dal modello 730 del lavoratore. Inoltre tali datori di lavoro non sono tenuti a rilasciare la Certificazione Unica vera e propria, ma ai sensi dell’articolo 33 comma 4 del Contratto Collettivo Nazionale sono comunque tenuti a rilasciare un’attestazione da cui risulti l’ammontare complessivo delle somme erogate nell’anno.

In conclusione il lavoratore domestico, munito dell’attestazione reddituale rilasciata dal familiare che l’ha regolarmente assunto, dovrà indicare il proprio reddito annuo nel quadro C – sezione I del modello 730. Per l’esattezza:

  • nella colonna 1 si dovrà indicare il codice 2 in quanto il reddito percepito è da lavoro dipendente;
  • nella colonna 2 si dovrà indicare se il rapporto di lavoro è a tempo indeterminato (codice 1) o a tempo determinato (codice 2); tale informazione si evince dalla lettera di assunzione o dall’attestazione annuale dei redditi;
  • nella colonna 3 si dovrà indicare il reddito percepito nell’anno di riferimento, al netto dei contributi a carico del lavoratore domestico già versati dal datore di lavoro;
  • nella prima colonna del rigo C5 andranno infine indicati i giorni di lavoro dipendente prestati nell’anno, che dovranno essere rinvenibili dall’attestazione annuale dei redditi ai fini di un corretto calcolo delle detrazioni da lavoro dipendente.

Per gli anni 2017-2018, quindi con effetti pratici già dalla dichiarazione di quest’anno e per quella del 2019, le spese mediche detraibili sui modelli 730/Redditi si arricchiscono di una voce in più: si potranno infatti sottrarre dall’imposta lorda, nella consueta misura del 19% e al di sopra della franchigia pari a 129,11 euro, gli acquisti dei cosiddetti AMF, ovvero gli Alimenti medici a fini speciali indicati in un apposito registro nazionale (sezione A1) predisposto dal Ministero della Salute (DM Sanità dell’8 giugno 2001).

La detrazione, come accennato, sarà passeggera, agevolando le sole spese effettuate nel biennio 2017-2018. Per coloro, quindi, che nel 2017 dovessero aver acquistato tali alimenti occorrerà esaminare con estrema cura il 730 precompilato 2018, che l’Agenzia delle Entrate predisporrà sulla base dei dati comunicati (anche) dagli operatori sanitari rendendolo disponibile online a partire dal prossimo 16 aprile.

Essendo infatti una detrazione inedita, è assai probabile che le farmacie abbiano avuto (o stiano avendo) difficoltà a comunicare esattamente all’Agenzia i dati di acquisto del 2017, di conseguenza molti alimenti potrebbero non essere inseriti accuratamente sul precompilato di certe persone. Toccherà quindi ai contribuenti stessi, ammesso che l’abbiano conservata, esibire la documentazione di acquisto per modificare il modello precompilato che si ritroveranno fra le mani dal 16 aprile.

È bene ricordare però che la detrazione fa un distinguo ben preciso fra alcuni alimenti detraibili e altri no. Per essere più chiari, si consideri che il Registro nazionale, cui accennavamo, dei prodotti destinati ad una alimentazione particolare, è suddiviso in tre categorie: una relativa agli alimenti per lattanti, un’altra relativa a quelli senza glutine – fondamentalmente rivolta ai celiaci – e la terza, appunto, relativa agli Alimenti medici a fini speciali. Ebbene, la detraibilità tocca soltanto quest’ultima categoria di prodotti, la terza delle tre che abbiamo menzionato.

Questo in effetti qualche stranezza la crea. Se per i lattanti il discorso è diverso, ovvero l’acquisto degli alimenti loro destinati potrebbe in effetti non configurarsi come una spesa prettamente a scopo terapeutico, cioè di “cura”, visto l’organismo non ancora sviluppato appieno, il punto interrogativo resta invece sul perché dell’esclusione degli alimenti senza glutine a differenza degli altri.

In pratica il legislatore ha deciso di agevolare solo quegli alimenti ritenuti necessari ai soggetti che soffrono di particolari patologie metaboliche oppure di diabete e che non possono dunque alimentarsi con una dieta ordinaria. Sono pazienti, in pratica, con limitata, disturbata o alterata capacità di assumere, digerire, metabolizzare e assorbire le sostanze nutrienti contenute in determinati alimenti comuni.

Di qui la domanda: come mai l’esclusione fiscale dei celiaci che assumono alimenti senza glutine? Il paradosso, per altro, è doppiamente evidente se si considera che l’acquisto del dispositivo medico per effettuare il test di autodiagnosi per la celiachia è normalmente detraibile. Quindi, di fatto, se da un lato il legislatore ammette alla detrazione una spesa di prevenzione, qual è appunto quella per il test anti-celiachia, sostenuta teoricamente anche da un non celiaco, dall’altro dice di no alla detraibilità degli alimenti senza glutine acquistati invece da chi celiaco lo è davvero. È quindi auspicabile che l’amministrazione corregga il tiro su quest’aspetto onestamente strano.

Quanto alle regole da osservare per assicurarsi di godere della detrazione, anche qui c’è da aspettarsi un intervento chiarificatore dell’Agenzia, per lo meno sulla documentazione di cui munirsi, fatta eccezione ovviamente per gli scontrini della farmacia. Sarà ad esempio necessaria una certificazione medica attestante la patologia di chi acquista il prodotto alimentare?

 

Entro il 3 Aprile 2018 ogni lavoratore dipendente riceverà copia della propria Certificazione Unica 2018:

  • dal datore di lavoro;
  • dai Sostituti d’imposta o Enti Eroganti e dagli Enti Pubblici o Privati che erogano trattamenti pensionistici.

 
La CU, che sostituisce il vecchio CUD, è documentazione necessaria per l’elaborazione del proprio modello 730.

I pensionati, invece, potranno scaricare la propria Certificazione Unica rivolgendosi a un intermediario abilitato oppure accedendo alla propria area riservata del sito INPS.
 

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Anche nelle dichiarazioni del 2018 si potrà detrarre al 50% l’Iva pagata sui nuovi acquisti di immobili ad uso residenziale rogitati nel periodo d’imposta 2017 (1° gennaio – 31 dicembre). Beneficio, questo, che il decreto Milleproroghe di un anno fa estese appunto all’intero 2017, con effetto nel 2018, dopo che la Legge di Bilancio lo aveva introdotto per il solo periodo d’imposta 2016.

Sul funzionamento della detrazione l’Agenzia delle Entrate si è soffermata nella Circolare 20/E/2016, dirimendone i principali nodi interpretativi. Anzitutto va chiarito che il bonus è valido per qualunque acquisto di fabbricato, purché, appunto, destinato a una funzione abitativa. Tradotto altrimenti, non sarà detraibile soltanto l’Iva pagata in occasione dell’acquisto dell’abitazione principale, ma qualunque Iva associata alla cessione di un qualunque fabbricato residenziale, sia esso una prima, una seconda o una terza casa.

È però fondamentale che la cessione avvenga da parte di un’impresa costruttrice o ristrutturatrice. Questo vuol dire che l’acquisto deve essere effettuato da nuovo, anche perché una compravendita siglata fra privati non sarebbe soggetta a Iva. Ora le tempistiche. Esattamente come avviene per i normali bonus al 50-65 per cento, o per il bonus mobili legato alle ristrutturazioni/manutenzioni straordinarie di immobili abitativi, anche questo tipo di detrazione copre l’arco di un decennio, venendo suddivisa in 10 quote annuali di pari importo.

Con la dichiarazione 2018 i contribuenti inizieranno quindi a detrarre la prima quota del 50% dell’Iva versata nel 2017, o la seconda di quella versata nel 2016, per proseguire, poi, nei 9 od 8 anni successivi. Importante, allora, ribadire i requisiti fondamentali. Ne abbiamo già detti un paio: a) l’immobile deve essere residenziale, a prescindere se sia o meno l’abitazione principale, e b) il soggetto cedente deve essere un’impresa costruttrice/ristrutturatrice.

Ce ne sono però altri due: l’immobile deve essere di classe energetica A o B, e questo riteniamo possa risultare dalla certificazione rilasciata dalla ditta cedente, visto che l’Agenzia nella Circolare 20/E/2016 non si è pronunciata sull’eventuale necessità di affidare la certificazione a un tecnico esterno; inoltre, affinché l’Iva sia detraibile, si deve fare riferimento al principio di cassa, pertanto ciò che conta è che il pagamento dell’Iva sia avvenuto nel biennio 2016-2017.

Di qui l’impossibilità di detrarre, fin dall’anno scorso, gli eventuali acconti corrisposti nel 2015, anche se il rogito risultava poi stipulato nel 2016. Viceversa il discorso cambia per gli acconti Iva pagati nel 2016 su acquisti rogitati nel 2017, proprio perché la detrazione, essendo valida dal 2016, finisce per includere anche gli acconti versati in quell’anno, a condizione, comunque, che vi fosse un preliminare d’acquisto registrato.

C’è infine il discorso relativo alla cumulabilità di questa detrazione con l’altra detrazione (sempre del 50%) applicata sugli acquisti di abitazioni facenti parte di complessi edilizi interamente ristrutturati. Non vi è nessuna specifica disposizione – scrive l’Agenzia – “che vieti il cumulo della detrazione in commento con altre agevolazioni in materia di Irpef. In mancanza di un esplicito divieto in tal senso, si deve ritenere dunque possibile che il contribuente che acquisti un’unità immobiliare all’interno di un edificio interamente ristrutturato dall’impresa di costruzione possa beneficiare sia della detrazione del 50 per cento dell’IVA sull’acquisto, sia della detrazione spettante ai sensi dell’art. 16-bis, comma 3, del TUIR”.

Tale ultima detrazione, ripartita anch’essa in 10 rate costanti, si applica, appunto, con l’aliquota del 50% e deve essere calcolata sul 25% del prezzo complessivo di acquisto dell’immobile, e comunque entro un importo massimo di 96.000 euro. Resta comunque inteso, vista la cumulabilità dei due bonus, che essendo già l’Iva detraibile al 50% in relazione all’acquisto del fabbricato, questa dovrà essere interamente scomputata dal prezzo dello stesso fabbricato, di cui bisognerà calcolare (al netto dell’Iva appunto) il 25% ai fini del secondo bonus.