Col “passaggio” di proprietà dell’immobile ristrutturato tramite vendita o successione, il trasferimento o mantenimento delle quote residue di detrazione non ancora godute per gli interventi edilizi sono comunque due soluzioni ammissibili. Ovviamente i due casi vanno ben distinti. Cominciamo dalla cessione a titolo oneroso. Per chi vende un immobile ristrutturato, la possibilità o meno di continuare a godere delle eventuali quote residue di detrazione al 50% dipende dagli accordi che sono stati presi con la parte acquirente al momento del rogito notarile. Va premesso che la gestione del bonus sulle ristrutturazioni ha subìto una modifica sostanziale con l’entrata in vigore del Dl 201/2011, il famoso decreto “Salva Italia” dell’allora Governo Monti. Fino al 31 dicembre 2011, infatti, era previsto che le rate non ancora godute della detrazione restassero in capo esclusivamente al soggetto venditore, che avendo sostenuto le spese aveva anche diritto a detrarsele nonostante la cessione del fabbricato.

Viceversa, a partire dal 1° gennaio 2012, l’ottavo comma dell’articolo 4 del Dl 201/2011 ha disposto che “in caso di vendita dell’unità immobiliare sulla quale sono stati realizzati gli interventi di ristrutturazione, la detrazione non utilizzata in tutto o in parte dal soggetto cedente è trasferita per i rimanenti periodi di imposta, salvo diverso accordo delle parti, al soggetto acquirente (persona fisica) della stessa unità immobiliare”. Di conseguenza, qualora nell’atto di vendita fosse specificata, previo accordo con l’acquirente, la volontà da parte del cedente di continuare a godere delle quote di detrazione non ancora applicate, il beneficio continuerà a essergli accordato; se invece al momento della vendita non sarà siglato nessun accordo, e quindi non verrà indicato nulla sull’atto di cessione, la detrazione restante verrà trasferita automaticamente all’acquirente. In alternativa, laddove sul rogito non fosse specificato alcunché, si potrebbe ovviare con una scrittura privata ove si dia conto dell’accordo fra le parti di lasciare le quote restanti di bonus appannaggio del venditore.

C’è però una sorta di “zona grigia”, quando si parla di cessione di fabbricati ristrutturati, che manda spesso in crisi non solo i contribuenti ma gli stessi intermediari fiscali, nel momento in cui si tratta di stabilire a chi spettino o meno le ultime rate della detrazione. È il “caso-rebus” di quegli immobili posseduti da più titolari – quindi con quote di possesso suddivise fra più soggetti – dove però a vendere la propria quota individuale è solo uno di questi possessori, o comunque dove vendono alcuni ma non tutti. Domanda: in questi casi come si risolve la faccenda della cessione del bonus? A rispondere è stata l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 24/E del 2009, dove veniva detto a chiare lettere che ai fini del trasferimento delle quote non godute del bonus edile, è necessario che il soggetto acquirente diventi possessore in blocco dell’immobile e non solo di una sua parte.

Detto altrimenti: affinché vi siano le condizioni per poter cedere le rate di detrazione non ancora godute, occorre che si verifichi una situazione nella quale chi acquista diventi unico possessore dell’abitazione, altrimenti il venditore resterà comunque titolare della detrazione residua. Ipotizzando allora un caso analogo a quello analizzato nella risoluzione 24/E/2009, dove il possessore del 50% dell’immobile voleva cederlo alla consorte, titolare dell’altro 50%, la cessione del bonus sarebbe ammessa, appunto perché il soggetto acquirente, già titolare di metà dell’immobile, dopo l’acquisto figurerebbe titolare al 100%; diversamente qualora vi fossero due titolari al 50% di una casa, e solo uno dei due volesse cedere la sua quota del 50 a un soggetto terzo, ecco che la cessione del bonus non sarebbe ammessa, perché il soggetto terzo sarebbe possessore solo di quel 50%.

Vi sono infine i casi di trasferimento per via ereditaria, che ovviamente, a differenza delle normali compravendite a titolo oneroso, non coinvolgono un acquirente vero e proprio bensì gli eredi del defunto. Ora, nel caso di successione di una casa ristrutturata, le eventuali quote residue di detrazione non godute in vita dal de cuius si trasmettono per intero ad un solo erede oppure a più eredi che conservino la detenzione materiale e diretta dell’immobile (in buona sostanza a coloro i quali ne possano disporre a proprio piacimento quando e come lo desiderino, a prescindere dal fatto che abbiano adibito l’immobile a propria abitazione).

A tal riguardo, però, vanno distinte diverse casistiche. Se ad esempio l’immobile fosse locato, la detrazione non spetterebbe a nessuno, in quanto l’erede o gli eredi non ne potrebbero disporre a proprio piacimento. Nel caso invece fossero presenti più eredi e l’immobile fosse a disposizione, cioè vuoto, il beneficio sarebbe trasferito in parti uguali agli eredi. La terza casistica è una delle più frequenti: presenza di più eredi, ma contemporaneamente al coniuge superstite. Nella fattispecie sarebbe il coniuge superstite, in quanto detentore del diritto d’abitazione nell’ex casa coniugale, l’unico ad aver diritto alla detrazione. Viceversa, quarta ed ultima casistica, qualora il coniuge superstite rinunciasse all’eredità, pur mantenendo il diritto d’abitazione, non solo non potrebbe fruire delle quote residue di detrazione, ma qualora fossero presenti altri eredi (ad esempio i figli), neppure questi potrebbero beneficiare delle quote residue dal momento che non sarebbero nelle condizioni di godere della detenzione materiale dell’immobile.

Il conto alla rovescia è partito: i contribuenti hanno a disposizione ancora una settimana per chiudere i conti col 730/2018 e andarsene tranquilli in vacanza, dopodichè l’amministrazione finanziaria farà sventolare la fatidica bandiera a scacchi.

Il 23 luglio è infatti la scadenza fissata per le trasmissioni all’Agenzia delle Entrate. Passata quella data (l’ultima disponibile per farsi rimborsare direttamente in busta paga l’eventuale credito spettante) la sola possibilità di dichiarare resterà quella del Modello REDDITI (ex Unico) fino al 31 ottobre.

Una precisazione è d’obbligo per chi si fosse accorto solo adesso di aver sbagliato o dimenticato qualcosa nella documentazione per il 730 consegnata al CAF: se il modello non è stato ancora trasmesso c’è ancora modo di recuperare, ma è necessario far presente al CAF la dimenticanza e chiedere l’integrazione del modello prima ancora che sia inviato all’Agenzia delle Entrate. A seguito quindi della modifica, non resterà traccia alcuna degli errori sul modello originario; altrimenti, dopo il 23 luglio, si potrà/dovrà rimediare o con un 730 integrativo, oppure con un REDDITI correttivo nei termini.

COME PROCEDERE CON LA DICHIARAZIONE 730/2018? Gli intermediari fiscali – CAF e commercialisti – hanno sempre la possibilità di scaricarle la dichiarazione precompilata del sggetti dal sito dell’Agenzia, previa delega del contribuente. Se il cittadino decide di modificare e inviare la dichiarazione autonomamente, se ne assume tutta la responsabilità. Viceversa, nel momento in cui si interpella l’intermediario fiscale, l’intermediario stesso prenderà in esame tutta la documentazione, dopodiché apporrà il cosiddetto “visto di conformità”, sciogliendo così il cittadino da qualunque responsabilità. L’apposizione del “visto”, quindi, pur restando una questione tecnica di poco interesse per il contribuente, è in realtà l’architrave sul quale poggiano la maggior garanzia e la maggior tutela che si hanno nel caso in cui si decida di rivolgersi al CAF.

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Mancano solo pochi giorni alla scadenza finale!

Quest’anno rispetto al passato, si è ampliato il menu dei dati già disponibili nella precompilata, tuttavia è indispensabile che questa venga verificata da un esperto fiscale che sappia consigliare e informare il cittadino sulle detrazioni spettanti e sulle novità dell’anno.

Con il servizio ONLINE di Caf Acli da quest’anno è possibile richiedere la propria dichiarazione dei redditi senza uscire di casa e senza fare code e attese al centro CAF. E’ sufficiente registrarsi sul portale dedicato inserendo i propri dati, la foto del proprio documento e la dichiarazione dell’anno precedente. A quel punto sarà possibile entrare nella propria area riservata e chattare direttamente con il proprio operatore, un esperto fiscale CAF dedicato risponderà a tutte le domande e i quesiti del contribuente.

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Se è vero che lo sport fa bene, non è solo in senso fisico. Com’è noto, il Fisco riserva un beneficio ad hoc sull’iscrizione annuale dei bambini/ragazzi di età compresa fra i 5 e i 18 anni ad associazioni sportive, palestre, piscine ed altre strutture ed impianti destinati alla pratica sportiva dilettantistica. Per godere della detrazione è necessario che il requisito dell’età ricorra almeno per una sola parte del periodo d’imposta (ad esempio, con l’attuale dichiarazione 2018 è possibile detrarre tutte le spese sostenute lo scorso anno per i ragazzi che hanno compiuto 5 anni o che hanno avuto 18 anni per una parte, seppur minima, del 2017).

Le strutture sportive devono rispondere alle caratteristiche individuate dal decreto del 28 marzo 2007 emanato dal Ministero delle politiche giovanili, di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze. Si tratta quindi di:

  • società e associazioni dilettantistiche che nella propria denominazione sociale indicano la finalità sportiva e la ragione o denominazione sociale dilettantistica;
  • palestre, piscine e altre strutture e impianti sportivi destinati alla pratica sportiva dilettantistica, che esercitano pratica sportiva non professionale, agonistica e non agonistica, compresi gli impianti polisportivi gestiti da soggetti pubblici o privati, anche in forma di impresa, individuale o societaria, secondo le norme del codice civile.

Viceversa, come riporta il regolamento dell’Agenzia Entrate, la detrazione “non spetta per le spese sostenute, ad esempio, per l’attività sportiva praticata presso:

  • le associazioni che non rientrano nella definizione di “sportiva dilettantistica”, quali quelle che non hanno ottenuto il riconoscimento del Coni o delle rispettive Federazioni sportive nazionali o enti di promozione sportiva;
  • le società di capitali di cui alla legge n. 91 del 1981 (sport professionistico);
  • le associazioni non sportive (ad esempio, associazioni culturali) che organizzano corsi di attività motoria non in palestra.

In che misura si possono quindi detrarre le spese? Lo sconto sull’imposta – valido anche se la spesa è stata sostenuta nell’interesse di familiari a carico – equivale al 19% su un importo non superiore a 210 euro. Parliamo, in sostanza, di un beneficio che al massimo può arrivare a 40 euro (cioè il 19% di 210 euro). Però attenzione! “Detto importo (210 euro, ndr) – fa presente l’AdE – deve essere inteso quale limite massimo riferito alla spesa complessivamente sostenuta da entrambi i genitori per lo svolgimento della pratica sportiva dei figli”.

Cioè a dire: a prescindere dal numero dei figli compresi fra 5 e 18 anni che praticano sport, si può portare in detrazione sempre il 19% di 210 euro, quindi non 210 euro a figlio ma nel complesso. E nemmeno 210 euro a genitore. “I genitori, pertanto, che partecipano entrambi alle spese, dovranno ripartire tra di loro tale ammontare sul quale calcolare la detrazione in relazione all’onere da ciascuno sostenuto, secondo quanto risulta dal documento rilasciato dalla struttura sportiva”.

Le spese devono poi essere certificate da bollettino bancario o postale, oppure da fattura, ricevuta o quietanza di pagamento rilasciata dalla struttura sportiva e recante l’indicazione:

  • della ditta, con denominazione o ragione sociale e sede legale, oppure, se persona fisica, il nome, cognome, la residenza e il codice fiscale dei soggetti che hanno reso la prestazione;
  • della causale del pagamento;
  • dell’attività sportiva esercitata;
  • dell’importo corrisposto per la prestazione resa;
  • dei dati anagrafici di chi pratica l’attività sportiva;
  • del codice fiscale di chi effettua il pagamento.

Anche in presenza di pagamenti effettuati nei confronti dei Comuni che abbiano stipulato apposite convenzioni con strutture sportive, al fine di beneficiare della detrazione è necessario che la spesa sostenuta sia certificata nei modi sopra indicati.

Il 730 si avvia ad entrare nel suo periodo più caldo e delicato, quello dove contribuenti e operatori fiscali tirano le somme sui dichiarativi inerenti al 2017. È bene quindi fissare i passaggi-chiave che segneranno quest’ultimo mese di campagna fiscale.

Per prima cosa – forse non tutti ne sono al corrente – c’è la possibilità di modificare la dichiarazione eventualmente già elaborata dal CAF laddove, nel frattempo, ci si sia accorti di aver dimenticato qualcosa nella documentazione esibita all’operatore: magari una CU (se si sono svolti più lavori nel corso dell’anno d’imposta), oppure qualche fattura o scontrino di spese sostenute nel 2017 per cui spetterebbe una detrazione o una deduzione. In pratica basterà far presente al CAF la dimenticanza e chiedere l’integrazione del modello prima ancora che sia inviato all’Agenzia delle Entrate. A seguito quindi della modifica, non resterà traccia alcuna degli errori sul modello originario. Quindi niente paura!

Arriviamo così al 29 giugno, data entro la quale, laddove il 730 fosse stato presentato entro il 22 giugno, il contribuente riceverà dal CAF la copia definitiva del suo modello e del relativo prospetto di liquidazione (730-3), vale a dire il prospetto ultimativo della dichiarazione sul quale viene riportato il risultato contabile di credito o di debito.

Idem per il 7 luglio. Entro questa data, infatti, i contribuenti riceveranno la copia dei 730 e dei relativi prospetti di liquidazione relativi alle dichiarazioni presentate dal 23 al 30 giugno.

Dopodiché si andrà comunque avanti fino al 23 luglio, data ultima di scadenza per la presentazione al CAF del 730. Per “presentazione” intendiamo ovviamente la consegna dei documenti e delle fatture sulla base dei quali sarà poi il CAF a elaborare il modello. È chiaro che, essendo il 23 luglio anche la data ultima per la consegna telematica del 730 all’Agenzia delle Entrate, i contribuenti che dovessero spingersi fino a quel giorno, consegneranno al CAF i documenti, le fatture e gli scontrini, e il CAF il giorno stesso elaborerà il modello, lo spedirà all’amministrazione e consegnerà la copia della dichiarazione al contribuente.

Sempre entro il 23 luglio, lo stesso CAF consegnerà le copie dei modelli, e dei relativi prospetti di liquidazione, delle dichiarazioni presentate nel periodo dal 1° al 23 luglio.

Porte, anzi portoni spalancati, per la cessione dell’Ecobonus che diventa “extralarge”. Con le novità, infatti, introdotte dall’ultima Legge di Bilancio 2018 (quindi in riferimento alle sole spese sostenute a partire dallo scorso gennaio), la possibilità per i soggetti – appartenenti o meno alla cosiddetta no tax area – di cedere a terzi la detrazione spettante per i lavori finalizzati al risparmio energetico, si va ad arricchire di un’opzione in più. Opzione per modo di dire, perché di fatto quella disposta dall’ultima Manovra 2018 è un’apertura in piena regola che amplia esponenzialmente la potenziale platea di soggetti cedenti.

In pratica, se fino allo scorso anno la detrazione era cedibile solo in riferimento agli eco-interventi di livello condominiale, dal 2018 la cessione interessa/interesserà anche i bonus derivanti dai lavori effettuati sulle singole unità immobiliari. Lavori, in buona sostanza, svolti privatamente. È questa dunque la novità che la stessa Agenzia delle Entrate ha messo in rilievo nella recente circolare 11/E fatta uscire lo scorso 18 maggio, confermando, fra le altre cose, che:

  • il predetto credito può essere ceduto ai fornitori che hanno effettuato gli interventi nonché ad altri soggetti privati, con la facoltà per gli stessi di successiva cessione del credito, con esclusione delle banche e degli intermediari finanziari;
  • il credito può essere ceduto anche alle banche e agli intermediari finanziari da parte dei soli contribuenti che ricadono nella no tax area.

Facciamo dunque un salto indietro e ripercorriamo le tappe della vicenda. Per i contribuenti della no tax area, coloro cioè che avendo redditi troppo bassi non hanno margini di manovra per poter beneficiare delle detrazioni teoricamente spettanti (detrazioni che in questi casi eccedono la stessa imposta), l’opportunità di cedere l’Ecobonus era già in vigore per le spese del 2016.

Successivamente, dal 1° gennaio 2017 (parliamo quindi della penultima Finanziaria), sono intervenute le prime “migliorie” secondo le quali “le spese sostenute dal 1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2021 per interventi di riqualificazione energetica di parti comuni degli edifici condominiali che interessino l’involucro dell’edificio con un’incidenza superiore al 25 per cento della superficie disperdente lorda dell’edificio medesimo nonché per quelli finalizzati a migliorare la prestazione energetica invernale ed estiva e che conseguano almeno la qualità media ai sensi del decreto del Ministro dello sviluppo economico 26 giugno 2015, i condòmini possono optare per la cessione del credito corrispondente alla detrazione (pari, rispettivamente, al 70 o al 75 per cento delle spese sostenute) ai fornitori che hanno effettuato gli interventi ovvero ad altri soggetti privati, con facoltà di successiva cessione del credito”. Si parlava insomma di interventi sempre di portata condominiale, ma in tal caso la cessione era estesa anche a coloro che non rientravano nella no tax area.

Oltretutto, in via straordinaria, i soli soggetti no tax area avrebbero potuto cedere la detrazione “anche ad istituti di credito e ad intermediari finanziari” a patto che le condizioni di incapienza sussistessero “nell’anno precedente a quello di sostenimento delle spese”. Non solo, ma al tempo stesso è stato reso cedibile, sempre per lavori di portata condominiale e sempre effettuati tra il 2017 e il 2021, anche il cd Sismabonus legato agli interventi di messa in sicurezza antisismica su edifici ubicati in zone sismiche 1, 2 e 3. Interventi, questi ultimi, da cui dovrebbe derivare, come minimo, l’abbassamento di una classe di rischio. In tal caso la detrazione, ceduta o goduta, spetterebbe nella misura del 75% della spesa. Se invece l’abbassamento fosse di due classi di rischio, il bonus a questo punto verrebbe calcolato nella misura dell’85% della spesa.

Nei precedenti provvedimenti su Eco e Sismabonus che l’Agenzia delle Entrate ha fatto uscire a giugno 2017, si diceva con esattezza che “il credito d’imposta può essere ceduto dai condomini anche non tenuti al versamento dell’imposta sul reddito, a condizione che siano teoricamente beneficiari della detrazione d’imposta prevista”. Ma nel concreto cosa occorre fare? Il condòmino che cede il credito deve in buona sostanza comunicare all’amministratore del condominio, entro il 31 dicembre del periodo d’imposta di riferimento, “l’avvenuta cessione e la relativa accettazione da parte del cessionario, indicando la denominazione e il codice fiscale di quest’ultimo, oltre al proprio nome, cognome e codice fiscale” (in ogni caso su questi aspetti fiscali e procedurali è possibile avvalersi della consulenza di CAF ACLI che ha avviato proprio in questi giorni una partnership con Harley&Dikkinson). L’amministratore dal canto suo comunicherà la denominazione, il codice fiscale del cessionario, l’accettazione da parte di quest’ultimo del credito ceduto nonché l’ammontare dello stesso, spettante sulla base delle spese sostenute dal condominio entro il 31 dicembre dell’anno precedente, e consegnerà al condòmino stesso la certificazione delle spese a lui imputabili, sostenute nell’anno precedente.

Quindi, in conclusione, preso atto della novità della cessione del Bonus 65% allargata ai lavori di risparmio energetico effettuati su singole abitazioni, l’Agenzia ha rimarcato il fatto che “la possibilità di cedere la detrazione riguarda tutti i soggetti che sostengono le spese in questione, compresi coloro che, in concreto, non potrebbero fruire della corrispondente detrazione in quanto l’imposta lorda è assorbita dalle altre detrazioni o non è dovuta”. Per quel che riguarda invece i soggetti “cessionari” (cioè coloro ai quali può essere destinata la cessione), l’amministrazione elenca i seguenti: 1) i fornitori dei beni e servizi necessari alla realizzazione degli interventi agevolabili; 2) i soggetti privati (non solo persone fisiche, ma anche i soggetti che esercitano attività di lavoro autonomo o d’impresa, anche in forma associata), e infine 3) banche e intermediari finanziari, questi ultimi però solo nell’ipotesi di cessione del credito da parte di un contribuente no tax area.

Spese mediche e veterinarie fanno capo allo scontrino parlante. Nella recente Risoluzione 24/E del 27 febbraio 2017, l’Agenzia delle Entrate, in risposta a un paio di quesiti sulla detraibilità degli oneri sostenuti per le cure degli animali da compagnia, ha detto chiaramente che lo scontrino parlante – se si parla appunto di spese per farmaci veterinari – è l’unico documento che realmente serve. Detto questo, che sia uno scontrino emesso per un farmaco destinato a un animale piuttosto che a un umano, la sostanza non cambia, nel senso che lo scontrino è sempre lo stesso: dovrà cioè “riportare, oltre al codice fiscale del soggetto destinatario, anche la natura e la quantità dei medicinali acquistati.

In particolare, per quanto concerne la natura di farmaco, questa è attestata dal codice di autorizzazione in commercio del farmaco stesso”. La cosa che invece cambia rispetto alle normali spese mediche è la possibilità di portare in detrazione l’onere anche senza aver conservato la prescrizione medica: “Per le spese sostenute per l’acquisto di farmaci veterinari – scrive appunto l’Agenzia – non è più necessaria la prescrizione medica ma solamente lo scontrino parlante”.

Non conta nemmeno dove si è effettuato l’acquisto. “Non rileva – prosegue la Risoluzione – il luogo dove sono stati acquistati detti medicinali; infatti, i farmaci certificati da scontrino parlante sono detraibili anche se venduti da strutture diverse dalle farmacie, purché a ciò autorizzate dal ministero della salute (come per la vendita di farmaci generici nei supermercati)”.

In sostanza, sta dicendo l’amministrazione, il farmaco è farmaco, a prescindere da chi lo vende. Quanto ai farmaci in sé, è bene ricordare che non tutto quello che si acquista (e che si crede possa rientrare nel raggio della detrazione) sarà poi detraibile. A questo proposito la Risoluzione delle Entrate chiama in causa i tanto discussi integratori alimentari, per i quali, sia nel caso degli umani che nel caso degli animali (per questi ultimi si parla in genere di “mangimi”), la detrazione non sarà mai applicabile, visto che la legge non considera gli integratori/mangimi – anche se assunti per finalità terapeutiche o di benessere fisico – dei medicinali veri e propri, essendo questi “prodotti appartenenti all’area alimentare”. Quindi, a meno di non modificare la normativa e di renderla più malleabile, gli integratori o mangimi non potranno mai essere ammessi in detrazione.

Al di là, poi, di queste indicazioni specifiche, la Risoluzione traccia anche un sunto sulla detraibilità in genere delle spese veterinarie. Con quelle mediche, anche le veterinarie condividono la franchigia “in entrata” dei 129,11 euro, ma a differenza delle prime hanno un tetto limite che blocca il beneficio al di sopra dei 387,34 euro. In sostanza si può detrarre il 19% della quota di spesa eventualmente superiore a 129 euro, restando però nei limiti dei 387 (soglia in vigore ad oggi che in futuro potrebbe anche innalzarsi o abbassarsi). Una spesa annua, cioè, di 128 euro non sarebbe detraibile proprio perché inferiore alla franchigia, come anche non sarebbe detraibile tutto ciò che eccede i 387 euro in una spesa, ad esempio, di 500.

Oltretutto, altro aspetto di non poco conto, considerando che sono molte le famiglie con più di un animale domestico, la soglia di spesa massima pari a 387 euro (tolta ovviamente la franchigia) è cumulativa, e non specifica per ogni singolo animale. In sostanza, a prescindere dalla quantità degli animali presenti, la detrazione resta sempre calcolabile entro quei valori numerici che abbiamo detto. Di conseguenza, quello che al massimo potrà essere detratto sarà un importo di 49 euro, ovvero il 19% di 258,23 euro, quota di spesa eccedente la franchigia di 129 euro, ma non superiore al tetto dei 387.

Vediamo ora con precisione di quali spese si parla. La possibilità di portarle in detrazione, scrive l’Agenzia, “è limitata alle sole spese veterinarie sostenute per la cura di animali legalmente detenuti a scopo di compagnia o per la pratica sportiva, mentre non sono detraibili le spese per la cura di animali destinati all’allevamento, alla riproduzione o al consumo alimentare e di animali di qualunque specie allevati o detenuti nell’esercizio di attività commerciali o agricole, né in relazione ad animali utilizzati per attività illecite”.

Nello specifico, quindi, sono ammesse “le prestazioni professionali rese dal veterinario, l’acquisto di medicinali veterinari prescritti dal veterinario e le spese per analisi di laboratorio e interventi presso cliniche veterinarie. In particolare (…) si ritiene che, con riferimento alla detraibilità delle spese sostenute per medicinali veterinari non sia più necessario conservare la prescrizione del medico veterinario, ma sia sufficiente lo scontrino parlante”.

Se la dichiarazione è stata trasmessa sbagliata, c’è tempo e modo di recuperare. Sappiamo che dal 2 maggio è scattata la possibilità di metter mano, concretamente, alle dichiarazioni precompilate 2018 rese disponibili sul sito dell’Agenzia delle Entrate a partire dal 16 aprile. E infatti sono già molti i contribuenti che, rivoltisi al CAF per l’elaborazione e l’invio dei modelli 730, si sono poi accorti di aver comunicato valori di spesa non corretti, oppure di essersi dimenticati di presentare la documentazione relativa a oneri per cui sarebbe spettata una detrazione o una deduzione.

Ma niente paura, perché in casi come questi scatta il piano B. L’intermediario fiscale, infatti, a partire dal 28 maggio e fino al 20 giugno, potrà chiedere anzitutto l’annullamento della dichiarazione trasmessa, e subito dopo potrà inviarne una nuova debitamente corretta. In pratica all’Agenzia risulterà l’invio di un solo modello (l’ultimo trasmesso) mentre del primo annullato non resterà alcuna traccia, come se non fosse mai esistito.

Passata poi la data del 20 giugno, sarà comunque possibile correggere la dichiarazione precedentemente inviata (a quel punto non più annullabile) presentando un modello 730 integrativo entro il 25 ottobre (ma solo nel caso in cui si tratti di una dichiarazione a favore del contribuente). L’alternativa sarà trasmettere un modello Redditi correttivo nei termini entro il 31 ottobre, oppure un Redditi integrativo a partire dal 1° novembre 2018.

Ma vediamo come procedere con le precompilate, che gli intermediari fiscali – CAF e commercialisti – hanno comunque la possibilità di scaricare dal sito dell’Agenzia, previa delega del contribuente. Confermare un modello precompilata significa rispedirlo così com’è al mittente, cioè all’Agenzia, senza apporre nessuna modifica. Qualora invece qualcosa non andasse, le soluzioni potrebbero essere due: o modificare i dati già precompilati, perché inesatti, oppure integrare eventuali dati mancanti, perché non inseriti dall’Agenzia. Ovviamente nulla vieta, ove necessario, la modifica e al tempo stesso l’integrazione, per aggiungere dati mancanti e sostituirne al tempo stesso altri non corretti.

Ora, se il cittadino decide di modificare e inviare la dichiarazione autonomamente, se ne assume tutta la responsabilità. Viceversa, nel momento in cui si interpella l’intermediario fiscale, l’intermediario stesso prenderà in esame tutta la documentazione, dopodiché apporrà il cosiddetto “visto di conformità”, sciogliendo così il cittadino da qualunque responsabilità. L’apposizione del “visto”, quindi, pur restando una questione tecnica di poco interesse per il contribuente, è in realtà l’architrave sul quale poggiano la maggior garanzia e la maggior tutela che si hanno nel caso in cui si decida di rivolgersi al CAF.

Col “visto”, in pratica, il CAF garantisce a nome del contribuente la bontà e la liceità di quanto dichiarato all’interno del modello. L’unica cosa, però, di cui gli intermediari non possono rispondere è l’eventuale comportamento doloso da parte del cittadino. Detto altrimenti, in caso di dichiarazione infedele, se l’errore fosse addebitabile alla sola negligenza del CAF, quest’ultimo si farebbe carico sia della maggiore imposta non versata che delle sanzioni più gli interessi (il cittadino quindi non pagherebbe nulla). Viceversa, se fosse provato il dolo, il contribuente sarebbe chiamato a rispondere in prima persona versando sia la maggiore imposta, che le sanzioni più gli interessi.

Anche quest’anno si amplia rispetto al passato il menu dei dati precompilati dall’Agenzia delle Entrate. Se ricorderete, l’anno di debutto del modello precompilato i contribuenti vi avevano trovato solo poche voci: i redditi dei terreni e dei fabbricati, quelli da lavoro dipendente e pensione, più gli interessi sui mutui e i contributi previdenziali-assistenziali. Dopodiché il ventaglio si è andato via via allargando, includendo ad esempio le spese d’istruzione, le spese funebri, le spese veterinarie, i premi di assicurazioni sulla vita e ovviamente tutto il ricco comparto delle spese mediche, ivi compresi (dallo scorso anno) i farmaci da banco, le spese per gli psicologi, le spese ottiche (occhiali, lenti a contatto ecc).

Inoltre, fra le altre somme che nel 2017 hanno fatto il loro ingresso nella dichiarazione precompilata, vi sono state anche quelle comunicate all’amministrazione finanziaria dagli amministratori di condominio relativamente agli interventi di recupero del patrimonio edilizio e di riqualificazione energetica effettuati sulle parti comuni degli edifici.

Dal 2018, invece, entrano come dati precompilati le spese per gli asili nido e tutte le donazioni ad Onlus, associazioni di promozione sociale, fondazioni e ulteriori associazioni. Al tempo stesso, però, resta da evidenziare l’assenza di tutta un’altra serie di informazioni come le spese di affitto generalmente intese oltre a quelle, specificatamente, sostenute dagli inquilini o dagli studenti fuori sede. Mancheranno inoltre anche le spese per le attività sportive dei ragazzi.

Pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale 64/2018 i massimali di spesa detraibili in riferimento ai corsi di laurea e post-laurea frequentati nel 2017 nelle università “non statali”. Si tratta in sostanza delle stesse soglie già valide lo scorso anno in riferimento alle spese sostenute nel 2016 (dichiarazioni 2017). Come si ricorderà, secondo quanto disposto dalla riforma renziana della “buona scuola” (Legge 107/2015), la nuova detrazione del 19% sulle spese d’istruzione è stata incanalata su un doppio binario: da una parte ci sono infatti le spese per l’università (statali e non), dall’altra quelle per le scuole primarie e secondarie.

Una delle novità sostanziali va riscontrata nell’uniformità della detrazione che cancella, in riferimento alle sole scuole dell’infanzia, del primo ciclo di istruzione e delle scuole secondarie di secondo grado, il vecchio discrimine fra istituti statali e parificati (privati). Difatti, secondo il vecchio regime agevolativo, la detrazione sui contributi pagati alle scuole parificate era ammessa entro il limite di quelli pagati alle scuole statali (principio, questo, che è rimasto in vigore per l’istruzione universitaria).

Oggi invece, a prescindere da quale sia il livello d’istruzione ricevuta (non importa se infantile, primaria o secondaria) e dall’istituto frequentato (non importa se privato o statale), il nuovo regolamento fiscale introduce comunque un tetto massimo di spesa detraibile uniforme per ciascun alunno (per le spese sostenute nel 2017 la soglia è pari a 717 euro annui) sul quale verrà appunto applicata la detrazione del 19%, con un risparmio sull’imposta lorda che nel migliore dei casi ammonterà a 136 euro (cioè il 19% di 717).

Venendo invece alle spese universitarie, il discrimine fra atenei statali e privati viene mantenuto. Anche qui, però, c’è un elemento che cambia rispetto al regime precedente: viene cioè a decadere il requisito dell’affinità tra lo specifico corso di laurea frequentato nell’ateneo privato e quello invece tenuto nell’ateneo statale più vicino.

Fino alle dichiarazioni 2015, infatti, la detrazione riconosciuta agli studenti iscritti nelle facoltà di atenei privati è stata applicata prendendo come riferimento le tasse versate nell’università pubblica più vicina che prevedesse, appunto, un analogo corso di studi. Quindi chi, frequentando un’università privata, avesse voluto detrarre le spese di studio, avrebbe dovuto informarsi sulle tasse effettivamente pagate nell’università statale più vicina ed affine.

L’assetto invece predisposto dalla riforma del Governo Renzi ha eliminato tale vincolo di affinità stabilendo a priori – per ciascuna facoltà non statale – un tetto massimo di spesa detraibile considerando comunque le tasse e i contributi mediamente versati negli atenei statali. Le spese, quindi, sostenute nelle università private, sono detraibili “in misura non superiore a quella stabilita annualmente per ciascuna facoltà universitaria con decreto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca tenendo conto degli importi medi delle tasse e dei contributi dovuti alle università statali”. Ne consegue allora che le spese sostenute per la frequenza di università statali sono comunque detraibili per l’intero importo corrisposto, nella misura del 19%.

Come anticipato, allora, nella GU 64/2018 il MIUR ha confermato in riferimento all’anno 2017 le stesse soglie di spesa detraibili già valide per il 2016 laddove si sia frequenta un’università “non statale”. Da precisare che tali soglie sono diversificate in relazione all’area disciplinare in cui si colloca il corso specifico (area Medica, Sanitaria, Umanistico-Sociale, Tecnico-scientifica) e alla zona geografica in cui ha sede l’Ateneo (Nord, Centro o Sud-Isole). Volendo quindi fare un esempio, per le facoltà Umanistico-sociali situate al Nord il massimale detraibile nella misura del 19% è pari a 2.800 euro, mentre scende a 2.300 euro per le facoltà del Centro, fino ad arrivare a 1.500 euro per quelle del Sud e delle isole.

Da Mercoledì 2 Maggio 2018 i modelli messi online dall’Agenzia dell’Entrate in data 16 Aprile possono essere modificati e trasmessi al Ministero.

Per accedere alla tua precompilata dovrai essere in possesso delle credenziali Fisconline, della CNS o avere lo Spid… tutte procedure complesse che rendono difficile anche solo l’accesso al tuo portale riservato.

Inoltre, una volta avuto l’accesso, dovrai verificare la correttezza delle informazioni e rettificare eventuali errori assumendoti tutta la responsabilità delle tue dichiarazioni

SEI SICURO CHE SIA LA STRADA PIU’ SEMPLICE??

Ogni anno fare il 730 provoca stress e insicurezza in molti contribuenti; se anche tu hai paura di sbagliare, QUEST’ANNO PUOI “PERCORRERE” UNA STRADA ALTERNATIVA.

Fai la dichiarazione dei redditi con il nuovo 730 ONLINE di CAF ACLI.

 

730 ONLINE by CAF ACLI: SICURO e GARANTITO.

Fare la dichiarazione dei redditi utilizzando il modello precompilato comporta prima di tutto l’assunzione del rischio nel caso in cui fossero commessi errori.

Invece la nuova piattaforma sviluppata da CAF ACLI ti permette di fare la dichiarazione dei redditi in modo SICURO e GARANTITO perché, pur trattandosi di una soluzione online, non sei MAI solo.

Registrandoti al nostro nuovo servizio infatti avrai:

  • CONSULENTE FISCALE DEDICATO: proprio come allo sportello un consulente prenderà in carico la tua pratica dall’inizio alla fine, completando per te il modello 730 e rispondendo ad ogni tuo dubbio;
  • ZERO RISCHI E RESPONSABILITA’: CAF ACLI non ti chiede di verificare i dati ma soltanto di inviare tutti i documenti, saranno gli esperti fiscali a compilare il 730 sciogliendoti così da qualunque responsabilità.

 

Una soluzione FACILE da utilizzare, anche se la tecnologia “non fa per te”.

La semplicità di registrazione e di utilizzo è un altro importante vantaggio di cui puoi usufruire quando scegli di fare il 730 online con CAF ACLI.

Per fare la dichiarazione dei redditi ti basterà fotografare i documenti utili che rientrano nell’elenco delle spese detraibili e caricarli nella tua Area Riservata.

In questo modo puoi creare il tuo archivio digitale: in pratica non corri più il rischio di perdere documenti importanti e puoi dire per sempre addio alle cartelline piene di fatture e scontrini che occupano il tavolo.

Per qualsiasi domanda o dubbio puoi utilizzare la chat interna e confrontarti direttamente con l’operatore fiscale che, immediatamente, risponderà alle tue richieste fornendoti il supporto adeguato.

 

Come fare il 730 ONLINE: te lo spiego in quattro semplici passaggi.

Fare il 730 online con il nuovo servizio di CAF ACLI è davvero semplice: sono sufficienti soltanto quattro passaggi da fare in pochi minuti.

# 1 REGISTRATI.

Per iniziare ad utilizzare la nuova piattaforma di CAF ACLI devi prima di tutto registrarti e per farlo hai bisogno: del tuo cellulare, della tua carta di credito e del tuo documento di identità.

Dopo aver inserito tutte le informazioni richieste, per completare la procedura di registrazione è necessario pagare € 1.

Una volta effettuata la tua registrazione al 730 online di CAF ACLI sarà valida per sempre!

 

# 2 APRI LA TUA PRATICA.

Per aprire la pratica ed iniziare a fare il 730 online è necessario avere a portata di mano uno smartphone, un tablet oppure un pc; ti verrà richiesto di selezionare l’anno fiscale di tuo interesse e di caricare la precedente dichiarazione oltre ai documenti relativi alle spese detraibili o deducibili.

 

# 3 CONSEGNA I TUOI DOCUMENTI.

Consegnare i documenti utili alla propria dichiarazione senza spostarsi da casa è l’aspetto rivoluzionario del nostro nuovo servizio.

Ti basterà fotografarli con il cellulare oppure caricare i file che hai sul tuo pc: per qualsiasi dubbio contatta, utilizzando la chat interna, il tuo esperto fiscale dedicato oppure consulta la lista dei DOCUMENTI UTILI che abbiamo realizzato per aiutarti.

 

# 4 CONFERMA E PAGA.

Dopo aver caricato tutti i documenti, il nostro esperto fiscale elaborerà la tua pratica e al termine della procedura ti verrà inviato il modello elaborato da visionare.

Soltanto una volta visionata e confermata la bozza ti verrà richiesto il pagamento del servizio al costo fisso di 38€.

 

QUEST’ANNO FAI LA DICHIARAZIONE DEI REDDITI ONLINE

SENZA RISCHI CON CAF ACLI!

 

REGISTRATI ORA

Gli oneri o le spese sostenuti per i figli a carico possono essere detratti/dedotti da entrambi genitori, o anche da un solo genitore, indipendentemente da quanto è stato dichiarato nel quadro dei familiari a carico. Diverso è per le spese sostenute per gli “altri familiari” fiscalmente a carico. Come spiegano le istruzioni del 730, “alcuni oneri e spese (ad esempio le spese sanitarie, i premi di assicurazione, le spese per la frequenza di corsi di istruzione secondaria e universitaria, i contributi previdenziali e assistenziali) danno diritto alla detrazione o alla deduzione anche se sono stati sostenuti nell’interesse delle persone fiscalmente a carico. In questo caso, la detrazione o deduzione spetta anche se non si fruisce delle detrazioni per carichi di famiglia, che invece sono attribuite interamente ad un altro soggetto”.

Tale principio è appunto applicabile nel (solo) caso dei figli, nonostante le istruzioni dell’Agenzia parlino più genericamente di “persone fiscalmente a carico”. Difatti, per quanto riguarda i figli, nel prospetto dei “Familiari a carico”, oltre a indicare il codice fiscale e il numero dei mesi, è possibile indicare una percentuale di detrazione pari allo “zero per cento”. Nel concreto il genitore A potrebbe, pur non godendo di fatto delle detrazioni per il figlio a carico (spettanti al 100% al genitore B), inserire lo “0%” come quota spettante di detrazione. Ciò basterebbe a certificare la condizione del figlio come familiare a carico, e darebbe al tempo stesso la possibilità al genitore A di detrarre/dedurre determinate spese o oneri per lui sostenuti.

Volendo semplificare ulteriormente: se il padre ha il figlio a carico al 100%, la madre, indicando a carico lo stesso figlio con la percentuale dello 0%, potrebbe comunque andare a detrarre le spese per lui sostenute. Di norma, ai fini della detrazione, il documento che certifica la spesa dovrebbe essere intestato al genitore che l’ha effettuata. Laddove, viceversa, il documento fosse intestato al figlio fiscalmente a carico, le spese:

  • andrebbero suddivise tra i due genitori nella misura in cui sono state effettivamente sostenute,
  • oppure, qualora i genitori scegliessero di ripartire le spese in misura diversa dal 50 per cento, dovrebbero annotare la percentuale di ripartizione nel documento comprovante la spesa.

Il discorso cambia invece per gli altri familiari a carico, per i quali non c’è la possibilità di indicare la percentuale dello 0%. Difatti, se il beneficio spetta per intero, va indicata la percentuale del 100%, altrimenti, unica alternativa, va ripartita in misura uguale – 50 e 50 – tra i soggetti che ne hanno diritto. Facciamo un esempio: marito e moglie che convivono con la madre della moglie. In tal caso potrebbero spartirsi in parti uguali la detrazione sui carichi familiari (vale a dire 50% alla moglie in riferimento alla madre e il restante 50% al marito in riferimento alla suocera), oppure la detrazione spetterebbe al 100% al marito (suocera interamente a carico) o alla moglie (madre interamente a carico).

In quest’ultimo caso, quindi, l’altro coniuge non potrebbe inserire lo 0% come quota spettante di carico familiare. Di conseguenza, nel caso la suocera fosse al 100% a carico del marito, solo il marito potrebbe detrarsi le altre eventuali spese per lei sostenute (idem per la moglie se la madre fosse al 100% a suo carico). Viceversa, se la suocera/madre fosse a carico di entrambi i coniugi al 50%, tutti e due avrebbero la possibilità di portarsi in detrazione le spese per lei sostenute e regolarmente certificate.