Anche per le unioni civili siglate fra persone dello stesso sesso si aprono le porte della dichiarazione congiunta. Difatti, a seguito del provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del marzo dello scorso anno le istruzioni del 730 sono state modificate con l’aggiunta della seguente frase: “In base a quanto stabilito dall’art. 1, comma 20, della legge n. 76 del 2016, le parole ‘coniuge’, ‘coniugi’ o termini equivalenti si intendono riferiti anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”. Tale aggiunta non è stata altro che un recepimento, da parte dell’amministrazione finanziaria, delle disposizioni introdotte con la cosiddetta Legge Cirinnà n. 76/2016 che ha di fatto regolamentato, equiparandole alla forma del matrimonio (quindi con eguali diritti/doveri per i contraenti), le unioni civili fra persone dello stesso sesso.

L’equiparazione, inevitabilmente, finisce per avere degli effetti pratici anche sul piano fiscale, essendo estese ai componenti dell’unione civile le medesime agevolazioni tributarie che sarebbero godute dal coniuge sposato con rito civile o religioso. Fra queste ci sono ad esempio le detrazioni sui familiari a carico, oppure la possibilità di portarsi in detrazione alcune tipologie di spesa effettuate da o per il coniuge a carico. E ovviamente c’è anche la possibilità di fare la dichiarazione in forma congiunta, il cui principale vantaggio è il pagamento/rimborso delle imposte direttamente nella busta paga o nella pensione del dichiarante. In termini pratici, intendendosi per “coniuge” o “coniugi” anche gli uomini e le donne facenti parte di un’unione civile, per fare il 730 congiunto sarà necessario:

1. che almeno uno dei due coniugi/uniti civilmente non sia esonerato dalla presentazione della dichiarazione;
2. che i contribuenti redigano il modello 730 perché in possesso – unicamente – di redditi dichiarabili nel 730.

Sarà inoltre necessario che:

1. il dichiarante (cioè chi effettua il conguaglio) indichi nella propria area riservata il codice fiscale del coniuge/unito civilmente;
2. il congiunto esprima il consenso alla presentazione del 730 indicando, nella propria area, il codice fiscale dell’altro soggetto;
3. il prospetto di liquidazione presente nell’area riservata del dichiarante contenga i dati di entrambi i coniugi/uniti civilmente e un solo risultato (attenzione: una volta che i 730 sono congiunti, il dichiarante non può più modificare la propria dichiarazione).

A scanso di equivoci è bene specificare che le stesse regole non possono applicarsi alle normali convivenze more uxorio. La convivenza di fatto, in tal senso, non viene equiparata (e mai potrebbe esserlo) al matrimonio uomo-donna (sia esso contratto in forma civile o religiosa) o all’unione civile fra componenti dello stesso sesso. Possono sì verificarsi delle situazioni – come prevede la stessa legge Cirinnà – in cui il convivente venga a godere di certi diritti regolamentati, ma l’equiparazione tout court della convivenza, sia pure di lunga data, a una vera e propria unione civile/religiosa sarebbe ben altra cosa. In pratica i conviventi more uxorio, a meno che non decidano di sposarsi civilmente o religiosamente, restano comunque fuori dalla possibilità di presentare la dichiarazione in forma congiunta. Si ricorda altresì che non è possibile fare il 730 congiunto se lo si presenta per conto di incapaci (minori compresi) o in caso di decesso di uno dei due coniugi/uniti civilmente prima della data di consegna della dichiarazione dei redditi.

Il bonus da 80 euro non è precluso ai lavoratori domestici: per questi ultimi, di fatto, cambia solo il modo in cui viene esplicata l’attribuzione del credito. Di solito è il datore di lavoro – quand’esso è facente funzione di sostituto d’imposta – ad attribuire direttamente gli 80 euro al dipendente nella busta paga di fine mese. In ogni caso, anche laddove il datore di lavoro omettesse erroneamente l’attribuzione del bonus in busta paga, il dipendente potrebbe comunque recuperarlo attraverso la prima dichiarazione dei redditi utile.

Lo stesso procedimento può essere appunto adottato coi lavoratori domestici, a meno che essi non siano già forniti, oltre alla famiglia o alle famiglie per le quali prestano i loro servizi, di un datore di lavoro che sia anche sostituto d’imposta. In tal caso, presentando un normale modello 730, sarà quest’ultimo sostituto a conguagliare gli 80 euro sulla paga del lavoratore, altrimenti, per chi svolge più o meno stabilmente lavori a domicilio, dalle colf a ore ai badanti che dimorano con gli anziani che accudiscono, l’unica strada possibile sarà quella del recupero tramite il 730 senza sostituto d’imposta. Oltretutto per queste persone vi è la certezza assoluta dell’obbligo dichiarativo, non essendo appunto le famiglie private dei datori di lavori tenuti a effettuare le ritenute fiscali sullo stipendio mensile.

Dev’essere chiaro, però, che gli 80 euro cui si ha diritto sono di fatto una detrazione sulla detrazione, cioè una maggiorazione della già esistente detrazione applicata al reddito da lavoro dipendente. Ne consegue che chi sta sotto gli 8.000 euro all’anno, non pagando già di suo l’Irpef (in quanto la detrazione fino a una soglia di 8.000 euro abbatte strutturalmente l’imposta), è automaticamente escluso dal diritto degli 80 euro.

Ora, come già abbiamo detto, le detrazioni sul lavoro dipendente vengono applicate in busta paga dal datore di lavoro facente funzione di sostituto d’imposta, che di conseguenza applicherà anche il credito da 80 euro; viceversa, in assenza di un datore di lavoro che svolga al tempo stesso la funzione di sostituto, il lavoratore, pur nel pieno diritto di ricevere il bonus, non potrà far altro che aspettare la dichiarazione dei redditi.

È appunto il caso delle persone che svolgono servizi domestici, i cui datori di lavoro, non rivestendo la qualifica di sostituto d’imposta e non effettuando le ritenute fiscali, non possono nemmeno effettuare le operazioni di conguaglio risultanti dal modello 730 del lavoratore. Inoltre tali datori di lavoro non sono tenuti a rilasciare la Certificazione Unica vera e propria, ma ai sensi dell’articolo 33 comma 4 del Contratto Collettivo Nazionale sono comunque tenuti a rilasciare un’attestazione da cui risulti l’ammontare complessivo delle somme erogate nell’anno.

In conclusione il lavoratore domestico, munito dell’attestazione reddituale rilasciata dal familiare che l’ha regolarmente assunto, dovrà indicare il proprio reddito annuo nel quadro C – sezione I del modello 730. Per l’esattezza:

  • nella colonna 1 si dovrà indicare il codice 2 in quanto il reddito percepito è da lavoro dipendente;
  • nella colonna 2 si dovrà indicare se il rapporto di lavoro è a tempo indeterminato (codice 1) o a tempo determinato (codice 2); tale informazione si evince dalla lettera di assunzione o dall’attestazione annuale dei redditi;
  • nella colonna 3 si dovrà indicare il reddito percepito nell’anno di riferimento, al netto dei contributi a carico del lavoratore domestico già versati dal datore di lavoro;
  • nella prima colonna del rigo C5 andranno infine indicati i giorni di lavoro dipendente prestati nell’anno, che dovranno essere rinvenibili dall’attestazione annuale dei redditi ai fini di un corretto calcolo delle detrazioni da lavoro dipendente.

Per gli anni 2017-2018, quindi con effetti pratici già dalla dichiarazione di quest’anno e per quella del 2019, le spese mediche detraibili sui modelli 730/Redditi si arricchiscono di una voce in più: si potranno infatti sottrarre dall’imposta lorda, nella consueta misura del 19% e al di sopra della franchigia pari a 129,11 euro, gli acquisti dei cosiddetti AMF, ovvero gli Alimenti medici a fini speciali indicati in un apposito registro nazionale (sezione A1) predisposto dal Ministero della Salute (DM Sanità dell’8 giugno 2001).

La detrazione, come accennato, sarà passeggera, agevolando le sole spese effettuate nel biennio 2017-2018. Per coloro, quindi, che nel 2017 dovessero aver acquistato tali alimenti occorrerà esaminare con estrema cura il 730 precompilato 2018, che l’Agenzia delle Entrate predisporrà sulla base dei dati comunicati (anche) dagli operatori sanitari rendendolo disponibile online a partire dal prossimo 16 aprile.

Essendo infatti una detrazione inedita, è assai probabile che le farmacie abbiano avuto (o stiano avendo) difficoltà a comunicare esattamente all’Agenzia i dati di acquisto del 2017, di conseguenza molti alimenti potrebbero non essere inseriti accuratamente sul precompilato di certe persone. Toccherà quindi ai contribuenti stessi, ammesso che l’abbiano conservata, esibire la documentazione di acquisto per modificare il modello precompilato che si ritroveranno fra le mani dal 16 aprile.

È bene ricordare però che la detrazione fa un distinguo ben preciso fra alcuni alimenti detraibili e altri no. Per essere più chiari, si consideri che il Registro nazionale, cui accennavamo, dei prodotti destinati ad una alimentazione particolare, è suddiviso in tre categorie: una relativa agli alimenti per lattanti, un’altra relativa a quelli senza glutine – fondamentalmente rivolta ai celiaci – e la terza, appunto, relativa agli Alimenti medici a fini speciali. Ebbene, la detraibilità tocca soltanto quest’ultima categoria di prodotti, la terza delle tre che abbiamo menzionato.

Questo in effetti qualche stranezza la crea. Se per i lattanti il discorso è diverso, ovvero l’acquisto degli alimenti loro destinati potrebbe in effetti non configurarsi come una spesa prettamente a scopo terapeutico, cioè di “cura”, visto l’organismo non ancora sviluppato appieno, il punto interrogativo resta invece sul perché dell’esclusione degli alimenti senza glutine a differenza degli altri.

In pratica il legislatore ha deciso di agevolare solo quegli alimenti ritenuti necessari ai soggetti che soffrono di particolari patologie metaboliche oppure di diabete e che non possono dunque alimentarsi con una dieta ordinaria. Sono pazienti, in pratica, con limitata, disturbata o alterata capacità di assumere, digerire, metabolizzare e assorbire le sostanze nutrienti contenute in determinati alimenti comuni.

Di qui la domanda: come mai l’esclusione fiscale dei celiaci che assumono alimenti senza glutine? Il paradosso, per altro, è doppiamente evidente se si considera che l’acquisto del dispositivo medico per effettuare il test di autodiagnosi per la celiachia è normalmente detraibile. Quindi, di fatto, se da un lato il legislatore ammette alla detrazione una spesa di prevenzione, qual è appunto quella per il test anti-celiachia, sostenuta teoricamente anche da un non celiaco, dall’altro dice di no alla detraibilità degli alimenti senza glutine acquistati invece da chi celiaco lo è davvero. È quindi auspicabile che l’amministrazione corregga il tiro su quest’aspetto onestamente strano.

Quanto alle regole da osservare per assicurarsi di godere della detrazione, anche qui c’è da aspettarsi un intervento chiarificatore dell’Agenzia, per lo meno sulla documentazione di cui munirsi, fatta eccezione ovviamente per gli scontrini della farmacia. Sarà ad esempio necessaria una certificazione medica attestante la patologia di chi acquista il prodotto alimentare?

 

Entro il 3 Aprile 2018 ogni lavoratore dipendente riceverà copia della propria Certificazione Unica 2018:

  • dal datore di lavoro;
  • dai Sostituti d’imposta o Enti Eroganti e dagli Enti Pubblici o Privati che erogano trattamenti pensionistici.

 
La CU, che sostituisce il vecchio CUD, è documentazione necessaria per l’elaborazione del proprio modello 730.

I pensionati, invece, potranno scaricare la propria Certificazione Unica rivolgendosi a un intermediario abilitato oppure accedendo alla propria area riservata del sito INPS.
 

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Anche nelle dichiarazioni del 2018 si potrà detrarre al 50% l’Iva pagata sui nuovi acquisti di immobili ad uso residenziale rogitati nel periodo d’imposta 2017 (1° gennaio – 31 dicembre). Beneficio, questo, che il decreto Milleproroghe di un anno fa estese appunto all’intero 2017, con effetto nel 2018, dopo che la Legge di Bilancio lo aveva introdotto per il solo periodo d’imposta 2016.

Sul funzionamento della detrazione l’Agenzia delle Entrate si è soffermata nella Circolare 20/E/2016, dirimendone i principali nodi interpretativi. Anzitutto va chiarito che il bonus è valido per qualunque acquisto di fabbricato, purché, appunto, destinato a una funzione abitativa. Tradotto altrimenti, non sarà detraibile soltanto l’Iva pagata in occasione dell’acquisto dell’abitazione principale, ma qualunque Iva associata alla cessione di un qualunque fabbricato residenziale, sia esso una prima, una seconda o una terza casa.

È però fondamentale che la cessione avvenga da parte di un’impresa costruttrice o ristrutturatrice. Questo vuol dire che l’acquisto deve essere effettuato da nuovo, anche perché una compravendita siglata fra privati non sarebbe soggetta a Iva. Ora le tempistiche. Esattamente come avviene per i normali bonus al 50-65 per cento, o per il bonus mobili legato alle ristrutturazioni/manutenzioni straordinarie di immobili abitativi, anche questo tipo di detrazione copre l’arco di un decennio, venendo suddivisa in 10 quote annuali di pari importo.

Con la dichiarazione 2018 i contribuenti inizieranno quindi a detrarre la prima quota del 50% dell’Iva versata nel 2017, o la seconda di quella versata nel 2016, per proseguire, poi, nei 9 od 8 anni successivi. Importante, allora, ribadire i requisiti fondamentali. Ne abbiamo già detti un paio: a) l’immobile deve essere residenziale, a prescindere se sia o meno l’abitazione principale, e b) il soggetto cedente deve essere un’impresa costruttrice/ristrutturatrice.

Ce ne sono però altri due: l’immobile deve essere di classe energetica A o B, e questo riteniamo possa risultare dalla certificazione rilasciata dalla ditta cedente, visto che l’Agenzia nella Circolare 20/E/2016 non si è pronunciata sull’eventuale necessità di affidare la certificazione a un tecnico esterno; inoltre, affinché l’Iva sia detraibile, si deve fare riferimento al principio di cassa, pertanto ciò che conta è che il pagamento dell’Iva sia avvenuto nel biennio 2016-2017.

Di qui l’impossibilità di detrarre, fin dall’anno scorso, gli eventuali acconti corrisposti nel 2015, anche se il rogito risultava poi stipulato nel 2016. Viceversa il discorso cambia per gli acconti Iva pagati nel 2016 su acquisti rogitati nel 2017, proprio perché la detrazione, essendo valida dal 2016, finisce per includere anche gli acconti versati in quell’anno, a condizione, comunque, che vi fosse un preliminare d’acquisto registrato.

C’è infine il discorso relativo alla cumulabilità di questa detrazione con l’altra detrazione (sempre del 50%) applicata sugli acquisti di abitazioni facenti parte di complessi edilizi interamente ristrutturati. Non vi è nessuna specifica disposizione – scrive l’Agenzia – “che vieti il cumulo della detrazione in commento con altre agevolazioni in materia di Irpef. In mancanza di un esplicito divieto in tal senso, si deve ritenere dunque possibile che il contribuente che acquisti un’unità immobiliare all’interno di un edificio interamente ristrutturato dall’impresa di costruzione possa beneficiare sia della detrazione del 50 per cento dell’IVA sull’acquisto, sia della detrazione spettante ai sensi dell’art. 16-bis, comma 3, del TUIR”.

Tale ultima detrazione, ripartita anch’essa in 10 rate costanti, si applica, appunto, con l’aliquota del 50% e deve essere calcolata sul 25% del prezzo complessivo di acquisto dell’immobile, e comunque entro un importo massimo di 96.000 euro. Resta comunque inteso, vista la cumulabilità dei due bonus, che essendo già l’Iva detraibile al 50% in relazione all’acquisto del fabbricato, questa dovrà essere interamente scomputata dal prezzo dello stesso fabbricato, di cui bisognerà calcolare (al netto dell’Iva appunto) il 25% ai fini del secondo bonus.

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Si alza l’asticella delle spese d’istruzione nel 730/2018 che saranno detraibili entro un importo massimo (cioè entro una spesa sostenuta) pari non più a 564 ma a 717 euro. Secondo quanto disposto dalla riforma renziana della “buona scuola” la detrazione del 19% viene incanalata su un doppio binario: da una parte ci sono infatti le spese per l’università, dall’altra quelle per le scuole primarie e secondarie. La vecchia formulazione dell’articolo 15, comma 1, lettera “e” del Tuir prevedeva la possibilità di detrarre nella misura del 19% le spese sostenute per la “frequenza di corsi di istruzione secondaria, universitaria, di perfezionamento e/o di specializzazione, tenuti presso istituti o università italiane o straniere, pubbliche o private, in misura non superiore a quella stabilita per le tasse e i contributi degli istituti statali italiani”. Ai sensi del comma 2 del medesimo articolo la detrazione spettava (e spetta tutt’ora) anche per gli oneri sostenuti nell’interesse dei familiari fiscalmente a carico.

Viceversa con la riforma di Renzi la suddetta lettera “e” viene rinnovata limitando la detraibilità alle sole spese sostenute per i corsi di istruzione universitaria (ad esempio immatricolazione ed iscrizione, soprattasse per esami di profitto e laurea, frequenza, corsi di specializzazione) “in misura non superiore a quella stabilita per le tasse e i contributi delle università statali”. Poi, in aggiunta alla lettera “e”, è stata inserita l’inedita lettera “e-bis” in cui si dispone l’applicazione della detrazione Irpef del 19% in riferimento alle spese, entro un limite massimo innalzato a 717 euro dalla Legge di Bilancio 2018, per la frequenza:

  • delle scuole dell’infanzia (ex asili);
  • del primo ciclo di istruzione, cioè delle scuole primarie (ex elementari) e delle scuole secondarie di primo grado (ex medie);
  • e infine delle scuole secondarie di secondo grado (ex superiori).

Quindi, in sintesi, la riscrittura della vecchia lettera “e” ha introdotto la nuova lettera “e-bis” che mantiene lo sgravio del 19% sulle spese di iscrizione/frequenza alle scuole secondarie di secondo grado allargandolo contemporaneamente ai livelli d’istruzione inferiore: asili, elementari e medie. Non solo: un altro cambiamento sostanziale apportato dalla “buona scuola” consiste nell’uniformità della detrazione che cancella, per le sole scuole dell’infanzia, del primo ciclo di istruzione e delle scuole secondarie di secondo grado, il vecchio discrimine fra istituti statali e parificati (privati). Difatti, secondo il vecchio regime agevolativo, la detrazione sui contributi pagati alle scuole parificate era ammessa nei limiti in cui gli stessi contributi non superassero l’importo di quelli pagati alle scuole statali, principio che è rimasto in vigore per l’istruzione universitaria.

Di conseguenza, a prescindere da quale sia il livello d’istruzione ricevuta (non importa se infantile, primaria o secondaria) e dall’istituto frequentato (non importa se privato o statale), il nuovo regolamento introduce un tetto massimo di spesa detraibile pari a 717 euro annui per alunno, sui quali verrà appunto applicata la detrazione del 19%, con un risparmio sull’imposta lorda che nel migliore dei casi ammonterà a 136 euro (cioè il 19% di 717). Per quanto riguarda invece le università, il discrimine fra atenei statali e privati viene, come abbiamo detto, mantenuto. Le spese, quindi, sostenute nelle università private, saranno detraibili “in misura non superiore a quella stabilita annualmente per ciascuna facoltà universitaria con decreto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, tenendo conto degli importi medi delle tasse e dei contributi dovuti alle università statali”.

Com’è noto, ai fini del bonus mobili (fresco di proroga per tutto il 2018 per effetto dell’ultima Legge di Bilancio), è sì necessaria la presenza a monte di un intervento di ristrutturazione o manutenzione straordinaria, ma non è richiesta una “contiguità” logica fra l’intervento stesso e il nuovo mobile/elettrodomestico. L’unico “collegamento”, per così dire, deve sussistere tenendo conto dell’immobile nel suo complesso e non del singolo ambiente dov’è avvenuto l’intervento.

In altri termini: se ristrutturo il bagno o la sala da pranzo, nulla mi vieterà di detrarre l’acquisto di un letto matrimoniale, a patto comunque che il letto sia destinato alla stessa casa dov’è avvenuta la ristrutturazione del bagno. C’è inoltre un dettaglio in più da ricordare, che la stessa Agenzia delle Entrate metteva in evidenza nella Circolare 29/E del 2013, vale a dire che anche le spese di trasporto e montaggio dei nuovi arredi/elettrodomestici (l’usato non è mai detraibile) rientrano nel raggio della detrazione.

Quanto ai pagamenti veri e propri, in deroga alla norma generale che obbliga – per gli interventi edili e di risparmio energetico – all’impiego del bonifico “parlante”, per le sole spese che riguardano appunto mobili ed elettrodomestici si può anche pagare tramite carte di credito o debito, a patto di conservare la relativa documentazione. Farà dunque fede la data di emissione del bonifico o dell’utilizzo della carta di credito o di debito, qualora si scelga questa seconda modalità di pagamento. Da tener presente che lo sconto massimo ottenibile resta fisso a 5mila euro (spalmabili in 10 rate annuali di pari importo), essendo la soglia massima di spesa suscettibile di detrazione pari a 10mila euro.

Va inoltre precisato che tale soglia è riferita alla singola unità immobiliare e non al contribuente. Se quindi si posseggono due case soggette a ristrutturazione e per entrambe si è provveduto all’acquisto di nuovi mobili/elettrodomestici, per ciascuna di esse si applicherà il tetto dei 10mila euro. A titolo esemplificativo, nell’insieme dei mobili agevolati rientrano i letti, gli armadi, le librerie, i tavoli, i divani, nonché i materassi e gli apparecchi di illuminazione. Fra gli elettrodomestici, invece, figurano i frigoriferi, le lavatrici, le asciugatrici, le lavastoviglie e gli apparecchi di cottura.

Un ultimo chiarimento lo facciamo sulle tempistiche di acquisto. L’Agenzia delle Entrate ritiene infatti ammissibile il sostenimento delle spese anche prima di quelle di ristrutturazione, a patto però che i lavori di ristrutturazione siano già stati avviati. In altri termini, la data di inizio lavori dev’essere per forza anteriore a quella in cui sono state sostenute le spese per l’acquisto dei mobili/elettrodomestici, ma non è necessario che le spese di ristrutturazione siano state sostenute prima di quelle per l’arredo.

Fresco di riconferma, l’Ecobonus 65% viaggerà spedito anche per tutto il 2018. L’ultima Legge di Bilancio ha infatti prorogato l’impianto della detrazione sui lavori finalizzati al risparmio energetico, che a differenza del bonus “parallelo” applicato al 50% sugli interventi edilizi o di manutenzione ordinaria/straordinaria, non viene circoscritta ai soli interventi relativi ad immobili residenziali (idem per il bonus arredi), ma estesa a tutti gli edifici esistenti, “di qualunque categoria catastale, anche se rurali, compresi quelli strumentali all’attività d’impresa o professionale”. Fondamentalmente la detrazione resta quella di sempre. Così come disposto per il 50%, anche il 65 resterà di fatto lo stesso, con identiche soglie di spesa e identiche percentuali di sconto sulle tabelle dei massimali.

Anche i beneficiari restano quelli, ovvero le persone fisiche, compresi gli esercenti arti e professioni, i contribuenti che conseguono reddito d’impresa (persone fisiche, società di persone, società di capitali), le associazioni tra professionisti e infine gli enti pubblici e privati che non svolgono attività commerciale. L’unico aspetto che è stato ritoccato è la misura dello sconto su determinati lavori, nello specifico la sostituzione degli infissi, le schermature solari, gli impianti di climatizzazione invernale dotati di caldaie a condensazione di efficienza almeno pari alla classe A per i quali la detrazione viene abbassata dall’ordinario 65% al 50%, equiparandola di fatto a un bonus ristrutturazioni.

Quando si parla di “interventi che aumentano il livello di efficienza energetica degli edifici esistenti”, ci si riferisce in pratica a diverse tipologie di spesa: quelle per la riduzione del fabbisogno energetico per il riscaldamento; le spese per il miglioramento termico dell’edificio; o per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale. Nello specifico, quindi, a seconda di quale sia la tipologia dell’intervento effettuato, il bonus fiscale si articola su diverse soglie di spesa massima (che abbiamo detto non cambieranno). Per “spesa massima”, precisiamo, va inteso il tetto di spesa su cui verrà applicata la detrazione, quindi l’importo da cui deriverà il risparmio vero e proprio sull’imposta. Abbiamo in primis i 153.846 euro per la riqualificazione energetica degli edifici; vi sono poi i 92.307 euro fissati per i lavori sull’involucro degli edifici o l’installazione di pannelli solari; ed infine i 46.153 euro per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale.

Quanto alla “riqualificazione energetica degli edifici”, non vi è una lista specifica di opere o impianti che la caratterizzino più di altri, l’importante è che l’insieme dei lavori svolti consenta “il raggiungimento di un indice di prestazione energetica non superiore ai valori definiti dal decreto del Ministro dello Sviluppo economico dell’11 marzo 2008”. In comune col bonus 50% vi sono due regole fondamentali: la fattura intestata al soggetto beneficiario della detrazione e il bonifico di versamento riportante a) il codice fiscale dello stesso beneficiario, b) la causale normativa (“Detrazione del 65% ai sensi della Legge 296/2006”) e c) la partita Iva della ditta cui è destinata la somma.

Ma non basta. Oltre a certificare le spese, servirà infatti esibire tutta una serie di documenti tecnici che dimostrino l’efficientamento energetico dell’edificio, vale a dire: l’asseverazione, che consentirà di dimostrare che l’intervento è conforme ai requisiti tecnici richiesti; l’attestato di certificazione energetica contenente i dati relativi all’efficienza dell’edificio; ed infine la scheda informativa, contenente la sintesi dei lavori, da compilare direttamente sul sito dell’Enea non oltre novanta giorni dalla data di collaudo (cioè dall’ultimazione dei lavori). Quanto alla scheda dell’Enea, va precisato che l’omessa presentazione è comunque sanabile, ovvero non preclude la possibilità di applicare la detrazione, pur dietro la corresponsione della sanzione minima pari a 258 euro. Ciò è possibile attraverso la cosiddetta remissione in bonis, su cui si espresse a suo tempo l’Agenzia delle Entrate con la Circolare 38/E del 2012.

Tuttavia, la condizione basilare affinché l’istituto della remissione possa trovare applicazione, è “che la violazione non sia stata già constatata o non siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento delle quali l’autore dell’inadempimento abbia avuto formale conoscenza”. A parte questo, è fondamentale che “il contribuente abbia i requisiti sostanziali richiesti dalle norme di riferimento” (nel caso del 65%, ad esempio, bisogna che tutto il resto della documentazione risponda ai requisiti tecnici previsti) e che “effettui la comunicazione, ovvero esegua l’adempimento richiesto, entro il termine di presentazione della prima dichiarazione utile”. In altre parole, non avendo inviato la comunicazione all’Enea entro la scadenza prevista, il contribuente potrà comunque inviarla “entro il termine di presentazione della prima dichiarazione utile”, laddove, puntualizzano le Entrate, per “termine di presentazione” si intende quello ordinario del 30 settembre (consegna del Modello Redditi ex Unico).

Si fa sempre più lunga la lista dei dati di spesa che i contribuenti ritroveranno nel loro Modello 730 predisposto dall’Agenzia delle Entrate. Da quest’anno, infatti, si aggregano al resto delle informazioni già precompilate nelle precedenti campagne fiscali anche i dati relativi alle spese sostenute per il pagamento delle rette per la frequenza degli asili nido e alle erogazioni liberali effettuate a favore delle Onlus, delle associazioni di promozione sociale e delle fondazioni e di ulteriori associazioni.

Il Ministero dell’Economia, con due decreti attuativi pubblicati a inizio febbraio sulla Gazzetta Ufficiale, ha stabilito tempi e modalità con cui i soggetti coinvolti dovranno inoltrare telematicamente all’Agenzia delle Entrate gli importi sostenuti dai contribuenti persone fisiche nel 2017, cosicché, a sua volta, la stessa amministrazione possa precaricarli sui modelli 730 entro il prossimo 16 aprile, data a partire dalla quale i modelli saranno resi disponibili online per le dovute verifiche, le eventuali modifiche o integrazioni, e i successivi invii, che – lo ricordiamo – potranno essere effettuati anche tramite il nostro servizio di elaborazione Il730Online.

Il primo di questi due decreti riguarda la trasmissione delle spese per le rette degli asili nido (sia pubblici sia privati). Si ricorderà che per gli asili è riconosciuta dall’ordinamento fiscale una detrazione Irpef del 19%, applicata però su di un importo non superiore a 632 euro annui per ciascun figlio: in altri termini la detrazione massima riconosciuta è di 120 euro a figlio. Entro il 28 febbraio, quindi, gli asili nido devono trasmettere telematicamente all’Agenzia delle Entrate un’apposita comunicazione contenente le informazioni relative alle spese sostenute dai genitori, nell’anno precedente, per ciascun figlio, ai fini del pagamento delle rette di frequenza e delle rette per i servizi formativi infantili. Obbligati alla trasmissione sono anche tutti quei soggetti, diversi dagli asili nido, che ricevono il versamento delle rette.

Il secondo decreto regola invece la trasmissione dei dati relativi alle erogazioni liberali effettuate dai contribuenti a favore di Onlus, associazioni di promozione sociale, fondazioni e ulteriori associazioni. Ai fini Irpef, queste erogazioni costituiscono, a seconda dei casi, oneri detraibili o deducibili. Si tratterà, per le spese relative al triennio 2017-2019, di un inserimento in via sperimentale e facoltativa. In altre parole i seguenti soggetti non saranno obbligati, ma potranno scegliere se inviare o meno all’amministrazione gli importi ricevuti in donazione:

  • Onlus;
  • associazioni di promozione sociale;
  • fondazioni e le associazioni che hanno come scopo statutario la tutela, la promozione e la valorizzazione dei beni di interesse artistico, storico e paesaggistico;
  • fondazioni e le associazioni che hanno come scopo statutario lo svolgimento o la promozione di attività di ricerca scientifica, individuate con apposito Dpcm.

Dato il carattere sperimentale dell’adempimento, viene esclusa l’applicazione delle sanzioni previste in caso di omessa, tardiva o errata trasmissione dei dati; pur tuttavia le sanzioni si applicheranno se l’errore nella comunicazione dei dati avrà determinato un’indebita fruizione di oneri deducibili o detraibili. Se dunque si dovesse scegliere di procedere con l’inoltro dei dati, sempre entro il 28 febbraio dovrà essere trasmessa all’Agenzia delle Entrate per via telematica un’apposita comunicazione contenente:

  • i dati relativi alle erogazioni liberali in denaro costituenti oneri deducibili o detraibili effettuate nell’anno precedente dalle persone fisiche tramite banca o ufficio postale ovvero mediante altri sistemi di pagamento tracciabili (ad esempio, carte di debito, di credito e prepagate);
  • i dati relativi alle erogazioni liberali restituite nell’anno precedente, con l’indicazione del soggetto a favore del quale è stata eseguita la restituzione e dell’anno nel quale è stata ricevuta l’erogazione rimborsata.