Continua ad alzarsi, anche nella dichiarazione 2019, l’asticella delle spese d’istruzione che saranno detraibili sempre nella misura standard del 19% entro un importo massimo (cioè entro una spesa sostenuta) pari non più a 717 euro, com’è stato nel 2018, ma a 786 euro.

Secondo quanto disposto dalla riforma renziana della “Buona Scuola” la detrazione è stata incanalata su un doppio binario: da una parte, cioè, ci sono le spese universitarie – per le quali sono previsti massimali di spesa detraibile che variano a seconda dei corsi di laurea e della zona geografica in cui è situato l’ateneo – dall’altra abbiamo invece quelle per le scuole primarie e secondarie.

La vecchia formulazione dell’articolo 15, comma 1, lettera “e” del Tuir prevedeva la possibilità di detrarre nella misura del 19%, senza distinzione, le spese sostenute per la “frequenza di corsi di istruzione secondaria, universitaria, di perfezionamento e/o di specializzazione, tenuti presso istituti o università italiane o straniere, pubbliche o private, in misura non superiore a quella stabilita per le tasse e i contributi degli istituti statali italiani”. Ai sensi del comma 2 del medesimo articolo la detrazione spettava (e spetta tutt’ora) anche per gli oneri sostenuti nell’interesse dei familiari fiscalmente a carico.

Viceversa con la riforma di Renzi la suddetta lettera “e” viene rinnovata limitando la detraibilità alle sole spese sostenute per i corsi di istruzione universitaria (ad esempio immatricolazione ed iscrizione, soprattasse per esami di profitto e laurea, frequenza, corsi di specializzazione) “in misura non superiore a quella stabilita per le tasse e i contributi delle università statali”.

Poi, in aggiunta alla lettera “e”, è stata successivamente inserita la lettera “e-bis” in cui si dispone l’applicazione della detrazione Irpef del 19% in riferimento alle spese, entro un limite massimo innalzato quest’anno a 786 euro, per la frequenza:

  • delle scuole dell’infanzia (ex asili);
  • del primo ciclo di istruzione, cioè delle scuole primarie (ex elementari) e delle scuole secondarie di primo grado (ex medie);
  • e infine delle scuole secondarie di secondo grado (ex superiori).

Quindi, in sintesi, abbiamo una detrazione che distingue le spese universitarie (lettera “e”) da tutto ciò che viene prima (lettera “e-bis”), a cominciare dall’entrata in asilo fino all’esame di maturità.

Non solo: un altro cambiamento sostanziale introdotto dalla riforma risiede nell’uniformità della detrazione che cancella, riguardo alle sole spese non universitarie, il vecchio discrimine fra istituti statali e parificati (cioè i privati).

Difatti, secondo il vecchio regolamento, la detrazione sui contributi pagati alle scuole parificate era ammessa, ma solo entro i limiti in cui gli stessi contributi non superassero l’importo di quelli pagati alle scuole statali, principio che è rimasto in vigore per l’istruzione universitaria.

Di conseguenza, a prescindere da quale sia il livello d’istruzione ricevuta (non importa se infantile, primaria o secondaria) e dall’istituto frequentato (non importa se privato o statale), il nuovo regolamento introduce un tetto massimo di spesa detraibile pari a 786 euro annui per ciascun alunno o studente, sui quali verrà appunto applicata la detrazione del 19%, con un risparmio sull’imposta lorda che nel migliore dei casi ammonterà a 149 euro (cioè il 19% di 786).

Per quanto riguarda invece le università, il discrimine fra atenei statali e privati viene, come abbiamo detto, mantenuto.

Le spese, quindi, sostenute nelle università private, saranno detraibili “in misura non superiore a quella stabilita annualmente per ciascuna facoltà universitaria con decreto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, tenendo conto degli importi medi delle tasse e dei contributi dovuti alle università statali”.